di Ludovica Lancini
A Punta della Dogana, la mostra Liminal di Pierre Huyghe ha trasformato lo spazio espositivo in un’esperienza immersiva e perturbante, dove il buio e l’incertezza giocavano un ruolo centrale. Conclusasi nel novembre 2024, non è stata solo un insieme di opere, ma un ecosistema vivo, un intreccio di natura e tecnologia, di finzione e realtà, che sfidava continuamente i limiti della percezione umana.

L’oscurità era una delle caratteristiche più distintive della mostra, un elemento che non solo metteva in discussione la visibilità fisica, ma evocava un senso di disorientamento psicologico ed emotivo. In questo ambiente immersivo, lo spettatore si trovava sospeso, costretto a mettere in gioco i propri sensi per navigare in un mondo instabile e in trasformazione. Questo buio non era semplicemente l’assenza di luce, ma una condizione che amplificava il senso di vulnerabilità e introspezione, portando alla luce nuovi interrogativi sull’identità, sul corpo e sul nostro rapporto con ciò che è altro da noi.
Una delle opere più emblematiche era un video che accoglieva i visitatori all’ingresso: un volto umano, deformato e circondato dal nero, si dissolveva in un’immagine alienante e inquietante. Questo lavoro evocava un’estetica che rimanda al famoso buco nero che appare sul volto della madre di Laura Palmer in Twin Peaks 3 di David Lynch. Come nell’opera di Lynch, anche qui il volto diventa un punto di accesso a un universo sconosciuto, un portale che rivela l’inconscio e le sue paure più profonde. Entrambi i lavori utilizzano il volto umano non solo come soggetto, ma come simbolo: ciò che dovrebbe essere familiare si trasforma in qualcosa di minaccioso e irriconoscibile.
Un altro momento di grande potenza visiva e simbolica era il video della scimmia con una maschera giapponese noh, immersa in un’atmosfera rarefatta e inquietante. La scimmia, già di per sé un simbolo di liminalità, incarna una condizione di transizione tra il mondo animale e quello umano. La maschera noh, con la sua espressione fissa e ieratica, aggiungeva una dimensione rituale e teatrale, amplificando il senso di disorientamento. Questo incontro tra il primitivo e il simbolico suggeriva un’interrogazione sul nostro rapporto con l’altro e sul confine sempre più labile tra ciò che percepiamo come naturale e artificiale. Il movimento della scimmia, lento e quasi meditativo, e il volto mascherato creavano una tensione tra realtà e rappresentazione, rendendo lo spettatore partecipe di un rito senza tempo.
Altre opere giocavano con la nozione di ibridazione e mutazione. Una creatura simile a un organismo vivente, composta da componenti biologiche e artificiali, si muoveva lentamente in uno spazio in cui l’interazione tra pubblico e opera era palpabile. Il visitatore non era più solo un osservatore, ma diventava parte di un sistema in evoluzione, contribuendo con la propria presenza a definire l’opera stessa. Questo continuo processo di trasformazione faceva emergere la tematica del transumanesimo, proponendo una riflessione sul corpo come entità instabile, capace di espandersi e riformularsi in nuovi contesti.
Riflettere su Liminal significa anche confrontarsi con la forza evocativa di queste opere. Pierre Huyghe non offre risposte, ma apre domande fondamentali: cosa significa essere vivi in un’era dominata dalla tecnologia? Come percepiamo i nostri corpi in un mondo in cui il confine tra naturale e artificiale si dissolve? L’oscurità, le immagini perturbanti e l’ibridazione erano strumenti con cui l’artista ci portava oltre il visibile, verso un territorio in cui il futuro dell’umanità appare incerto, ma proprio per questo pieno di possibilità.
Ripensando a questa esperienza, Liminal resta un’esplorazione unica e necessaria, capace di lasciare un segno indelebile non solo nel panorama artistico, ma anche nel nostro immaginario collettivo. È stata una mostra che ha abitato il confine tra conosciuto e ignoto, offrendoci uno specchio inquietante e ipnotico del futuro che ci attende.

