La cernita 

di Adriano Seghezzi

Nel sogno di ieri mi trovavo nella mia vecchia casa. Qualcuno aveva strappato gli infissi, sfigurato le pareti. Era inverno fuori ed era inverno dentro.
Al centro del salotto ero solo, immobile su una sedia di legno. Avevo la sensazione di essermi già trovato lì, in quello stesso istante, con quella stessa faccia che non vedevo ma che di certo lasciava trasparire solo paura; ed era la paura di un naufrago la mia.
Mi alzai senza fare rumore. Una vibrazione oscura e appena percettibile mi chiamava a sé, che venisse da dentro o da fuori poco importa. Passai dal buco che una volta era la porta d’ingresso.
La strada era quella di sempre, ma non incrociai nessuno. Notai che mancavano i lampioni, i binari, persino interi caseggiati sembravano essersi disintegrati.
Basta poco perché una passeggiata diventi una ricognizione. Certe volte basta un presagio. E il presagio arrivò.
“Era quello che volevi, era quello che volevo. Non temere” le parole, lente, parevano uscire dai tronchi anemici alla mia sinistra.
Senza parlare domandai chi fosse.
“Non posso essere nulla di diverso da te. Sono la parte che è rimasta incagliata in un desiderio, quello di veder tutto crollare. Ricordi?”
Ricordavo, ma perché ora? Perché qui?
“C’è qualcosa che devo restituirti, e qualcosa che devi imparare”
Senza accorgermene procedevo, malfermo sull’asfalto sfregiato. Nonostante il freddo e la nebbia riuscivo a intuire dove le gambe mi stessero portando.
“Nulla di quel che vedi può farti male. Andremo avanti così, a braccetto, pure se non mi vedi. Guarda avanti e capirai”
Nei sogni le ossa fanno quello che gli pare, e possono persino fendere la pietra; ma in quel momento tintinnavano come monete disperse in un borsello troppo grande, qualcosa di più del semplice tremare.
“Io avrò per sempre sedici anni, perché sono solo un brandello di vita strappato dal corso del tempo. Ma sono qui da sempre, e quello che ho imparato può aiutare anche te. Fidati e vedrai. Dopotutto sei tu che mi hai richiamato”.
Senza che mi accorgessi ero entrato in un rudere ormai reclamato dai rovi, uno spettro della casa che era stato. Domandai alla voce perché avessi ancora paura. Non rispose. Poco dopo, entrando nella stanza accanto, una fiamma si accese senza fare rumore sui resti di un vecchio focolare.
“Avrai bisogno di mani calde per quello che stai per scoprire. Ti guideranno i tuoi passi. Da bambino il mondo era un continente da esplorare, perché ora lo tratti come se fosse un patibolo?”
Ero certo che il mio viso illuminato dal fuoco si fosse fatto più disteso, potevo fidarmi. Abbandonai il rudere, ripresi la strada. La nebbia si diradava mentre seguivo una flebile traccia battuta tra il fango e le erbacce.
“Ascolta. Fermati e ascolta. Vienimi a prendere e troverai tutto ciò che ti serve”
La voce si dissolse nell’aria umida. Poco dopo udii un sibilo, e le gambe mi spinsero avanti. Esitavo, ma non potevo fare altro che incedere. Da qualche parte scorreva dell’acqua. Un passo dopo l’altro mi resi conto che ero di nuovo io a camminare, e sentii che la meta era vicina.
Oltre un cespuglio, un fiumiciattolo fendeva in due il campo.
Mi parve di sentire la voce di prima, ma ovattata, sommersa. Era nell’acqua che scorreva, e man mano che mi avvicinavo si faceva sempre più intelligibile.
“Hai distrutto ogni cosa perché avevi paura. Ma la paura non è passata. Avvicinati, qui si sciolgono tutti i nodi”
Dovetti piegarmi, mani a terra, ad ascoltare la voce frammista allo scorrere.
Mi raccontò di tutte le energie sprecate per disfare il mio mondo, e di ciò che non era riuscita a disfare. Di quanta cura avesse avuto nel preservare l’Apocalisse, in attesa che fossi pronto per capirla.
Ero sempre più vicino, quando mi restituì finalmente ciò che era rimasto incagliato nel sogno.
L’acqua mi sciacquò il viso. Mi svegliai di soprassalto. Avevo le mani sporche di terra e la fronte bagnata. Ma sorridevo, finalmente.

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