di Pietro Gavagnin
La Serenissima Repubblica di Venezia ebbe una vita millenaria grazie all’unicità della sua posizione geografica, un’economia mercantile solida e soprattutto un governo unico in tutto il mondo. La vita dello stato infatti si basava su una oligarchia di famiglie nobili e mercantili, riunite in un maggior consiglio. In aggiunta diversi organi collegiali e incarichi amministrativi a scadenza breve che occupavano competenze belliche, finanziarie, giuridiche e di vita pubblica. Il doge veniva scelto dopo una lunghissima votazione. era eletto a vita (raramente un doge aveva meno di 70 anni), ma era nei fatti molto limitato nel potere decisionale. Essere doge era sicuramente un prestigio e una fonte di ricchezza, ma non si possedeva la gestione dello stato com’era per i conti e i principi delle signorie europee.
Questo perfetto organismo statale si autoregolamentava e furono rarissimi i tentati colpi di stato, ma si concentrato tutti del XIV secolo. Con la caduta dell’impero latino di bisanzio nel 1261, nei fatti un governo fantoccio dei veneziani istituto al seguito della quarta crociata, la Serenissima entrò in un periodo di crisi durato quasi 100 anni. Questo periodo generò malcontenti interni, fomentati soprattutto da alcune famiglie nobili che tentarono di trasformare Venezia in una tirannia. La rivolta più grave fu quella dei Querini e dei Tiepolo, svoltasi nel 1310. Non ebbe successo, ma fu soprattutto per casi fortuiti.

I malcontenti erano dovuti sia alla lunga crisi che lo stato stava attraversando a livello di relazioni internazionali, sia per la mala fama del doge Pietro Gradenigo; uomo forte di spirito, ma troppo testardo e arrogante. In particolare alcune famiglie nobili veneziane erano diventate intolleranti nei confronti della gestione del serenissimo e si riunirono in segreto per progettarne la deposizione. Fulcro di tale complotto fu la famiglia Querini, tra le più ricche di Venezia. Ad essi si assoggettarono anche i Badoer e una parte dei Tiepolo, soprattutto la fazione guidata da Bajamonte Tiepolo. Quest’ultimo personaggio è una figura misteriosa. Non si sa molto ne dei suoi primi anni di vita né dei suoi ultimi giorni. Nel mezzo, prima del tentato colpo di stato, aveva svolto incarichi militari per conto della repubblica e aveva una fama da malavitoso, da quello che ci è giunto. Nel 1310 si trovava nella terraferma e venne richiamato appositamente per la congiura. Evidentemente i Querini ritenevano che egli dovesse essere il volto della rivolta, forse perché ben voluto dalla plebe. Il giorno prestabilito per il colpo di stato fu il 15 giugno, giorno di San Vito (San Vio in dialetto). Due gruppi di cavalleria, rispettivamente guidati dai Querini e da Tiepolo, dovevano giungere in piazza San Marco per calli differenti, attaccare il palazzo ducale e deporre il doge. I Badoer sarebbero giunti con delle barche da Fusina.
I congiurati erano però all’oscuro del tradimento di uno di loro, che aveva avvertirò il Doge, il quale aveva predisposto delle guarnigioni armate nei pressi di piazza San Marco e nella corte del palazzo ducale. I cavalieri dei Querini furono così presi alla sprovvista e massacrati dalla guardia dogale in campo San Luca dai militanti dell’Arte dei Pittori e della Scuola Grande della Carità . A causa di una forte tempesta che si stava abbattendo sulla laguna i rinforzi dei Badoer non giunsero mai in bacino e vennero anche loro intercettati dal podestà di Chioggia. Tiepolo venne raggiunto dall’unico Querini scappato al massacro, che lo avverti del tradimento. Egli si fermò allora a ragionare sul da farsi nei pressi di un boschetto di sambuchi, dove ora sorge la torre dell’orologio. Secondo la leggenda in quel momento l’anziana Giustina Rossi, allarmata dai rumori, si sporse dalla finestra di casa sua facendo cadere un pesante mortaio. L’oggetto colpi l’alfiere del Tiepolo, facendolo strapazzare morto nel fango. Perso anche l’ultimo briciolo di coraggio i rivoltosi ripiegarono a San Polo, non prima di aver reso inagibile il ponte di Rialto, all’epoca ancora totalmente in legno.

Quasi tutti i responsabili furono impiccati, altri mandati in esilio. La casa di Bajamonte venne abbattuta ed eretta al suo posto una “colonna infame” che ne malediceva le gesta. La casa principale dei Querini fu per 2/3 abbattuta. La porzione appartenete all’unico fratello che non aveva partecipato alla congiura fu acquistata dallo stato e trasformata in un mattatoio. Tutti i Tiepolo e i Querini dovettero cambiare stemma lo ufficiale. A memoria di quella giornata fu istituita una festa religiosa nella chiesa di San Vio, una targa celebrativa in campo S. Luca (ora dispersa) e un particolare bassorilievo dedicato alla “vecchia del mortaio”. La signora fu anche ricompensata dalla repubblica: chiese che l’importo del suo affitto restasse invariato per tutti i suoi discendenti. Da dei documenti sappiamo che questa promessa fu mantenuta almeno fino alla fine del XV secolo, quando un discendente della signora vinse una causa contro il propretario di casa per una disputa sull’aumento del prezzo dell’affitto.

