di Anna Dameri
La strada era umida, ogni passo scricchiolava sul sottile strato d’acqua. Passeggiare di notte la rilassava, il tragitto in macchina per arrivare era stato estenuante. Un odore umido e pungente impregnava le sue narici, mentre l’aria fredda le tirava la pelle. Lei fumava nel buio, la cenere cadeva leggera mentre il braccio ciondolava al ritmo del passo svelto. Non sapeva dove stava andando, doveva solo camminare, quindi vagava per sgranchirsi le gambe e per alleggerire la testa, era stata troppo tempo seduta in macchina, nell’aria rarefatta e calda.
Erano passati ormai undici mesi da quando era partita: questo pensiero appariva puntuale ogni giorno con il caffè della mattina, anche se si trattava di un pensiero inconsistente, vuoto, un semplice conto. In realtà non si sentiva lontana da casa: si spostava di continuo eppure non si era mai sentita così statica. Una vita da nomade libera la mente. Seguire il puro impulso, al primo turbamento dissolversi nell’aria dell’alba. La giornata è sempre nuova, mai una copia di quella prima e il tempo ti sorpassa mentre vivi nell’eterno presente.
Lei aveva solo un rimpianto: le sue scarpe consumate, erano le sue scarpe preferite. Si ricordava di quando suo padre le aveva comprato il primo paio, da quel momento in poi, ogni due anni le comprava un paio nuovo di Dr. Martens, perché riusciva a distruggerle a tal punto che, allargando le dita dei piedi, il mignolo poteva spuntare dalla suola. Probabilmente il padre non gliele avrebbe comprate se avesse saputo che sarebbero state le scarpe con cui se ne sarebbe andata.
La mattina del 24 maggio aveva deciso di partire, non si trattava di un giorno particolare, anzi era un giorno qualsiasi e proprio per questo le era sembrato il giorno perfetto: si era svegliata, aveva fatto il caffè con la moka che, come sempre, aveva bruciato e si era seduta al tavolo della cucina per fare colazione. In quel momento aveva preso la decisione di lasciarsi tutto alle spalle. Aveva fatto le valigie con dentro il minimo indispensabile e si era chiusa la porta dietro, lasciando solo un biglietto per le sue coinquiline sullo specchio del bagno:
“Sono partita, ci sentiamo tra un po’.
Tenetevi quello che volete dei miei vestiti, il resto vendetelo o sbarazzatevene, come preferite voi.
I miei libri li farò venire a prendere.
Vi voglio bene”
Per quanto si ripetesse che fosse stata una scelta casuale, presa con leggerezza, quella mattina qualcosa di diverso c’era stato: si era svegliata intorpidita, si sentiva in qualche modo scollegata dalla realtà e aveva deciso che non si sarebbe più ricollegata. Se avesse potuto scegliere di diventare pazza, lei lo avrebbe fatto, perché la realtà che viveva ogni giorno aveva comunque meno senso di qualsiasi delirio mentale, e qualsiasi delirio mentale almeno aveva una consistenza individuale, mentre la realtà si imponeva concreta senza via di scampo per nessuno. Ma dato che la pazzia non è una scelta, aveva preso la semplice decisione di rinchiudersi nella sua testa, lasciando al contatto con il mondo esterno uno spazio minimo. Sapeva che un giorno di sarebbe ricollegata ma doveva capire quando e come.
Alla fine del primo mese lontana da casa, si trovava in un rifugio in alta montagna e vide una tempesta furiosa: acqua scrosciante, fulmini come frustate di luce nel cielo, tuoni così rumorosi da far vibrare l’anima. Non aveva resistito, era dovuta uscire e sentirsi parte di quel caos, doveva assorbire l’acqua, doveva illuminarsi sotto i fulmini e doveva vibrare con il tuono, voleva fondersi con la natura e dimenticarsi di sé.
Per i sei mesi successivi non aveva fatto altro che inseguire le tempeste, credeva che rincorrere il mal tempo potesse essere come una disciplina per raggiungere lo Zen.
Per tutta la vita aveva dovuto imparare a domare la sua forte emotività, per proteggersi dalle sorprese del mondo si era costretta in una gabbia di razionalità. Lei era un fiume di emotività e la vita aveva costruito una diga sterile di cemento armato per frenare la sua impetuosità e alla fine prosciugarla. Così da fiume era diventata bacino e da bacino aveva finito per essere una vasca vuota.
Era tutto molto logico per lei: aveva deciso di partecipare alle tempeste per riempirsi di nuovo, per sentire l’acqua fredda scorrere sulla sua pelle, per scaricare tutta quella rigidità negativa ogni volta che un fulmine colpiva il suolo, sentire la sua rabbia esplodere insieme al boato del tuono. Aveva capito che l’unico modo per potersi ricollegare alla realtà era svuotarsi, rendersi un involucro per poter ricominciare da zero. Dopo ogni tempesta si sentiva un po’ più vuota ed era un po’ più vicina a un nuovo inizio.
Vagando per le strade vuote, si era fatta di nuovo l’alba, l’aria elettrica le pizzicava gli occhi stanchi mentre cercava di mettere a fuoco l’orizzonte cupo. Le nuvole si stavano condensando, facendosi sempre più pesanti: c’era una tempesta in arrivo, era il momento di prepararsi. Forse quella sarebbe stata l’ultima tempesta.

