L’halfling 

di Ludovica Lancini

Accovacciata nella penombra della foresta, Nestrin tratteneva il respiro. Il pericolo aleggiava nell’aria come una promessa non mantenuta, ma la sua piccola statura, tipica degli halfling, le offriva un vantaggio. Le fronde basse degli alberi erano un rifugio perfetto. La foresta in cui si trovava era il confine, fisico e simbolico, che fin dalla sua nascita la separava dalla verità.
Era la prima volta che osava sfidare quella barriera. Il coraggio che si agitava in lei era nuovo, inquieto. Tutto ciò che aveva conosciuto come casa non era mai stato un luogo di appartenenza, ma un guscio troppo stretto. Le sue orecchie a punta, un’anomalia tra la sua gente, e la sua statura insolita l’avevano resa un’ombra estranea tra gli halfling. Una creatura che incuteva un timore sottile, come un presagio che nessuno voleva affrontare. Persino sua madre, con i suoi sorrisi enigmatici e le risposte evasive, sembrava nascondere un segreto ogni volta che Nestrin chiedeva del padre o delle sue origini.
I ricordi della sua infanzia erano pochi, ma nitidi. La casa avvolta da piantine bianche come neve, il profumo del coniglio arrosto che riempiva le domeniche, i libri proibiti che si accumulavano sugli scaffali. Tomi polverosi che parlavano di alchimia, magia e altri mondi, argomenti che sua madre le aveva sempre impedito di esplorare. Ma Nestrin era assetata di conoscenza. Di nascosto, aveva imparato a leggere e, con il tempo, a decifrare quelle pagine misteriose. Anche se i contenuti restavano perlopiù oscuri, il fascino che esercitavano su di lei si faceva sempre più forte.
Crescendo, aveva capito ciò che in cuor suo aveva sempre saputo. Non era un’halfling come gli altri. Le sue orecchie, le sue inquietudini, la sua sete di sapere erano tutte anomalie in un popolo che trovava gioia nella quiete. Gli halfling erano creature domestiche, amanti delle comodità, del lavoro manuale e delle lunghe ore trascorse a poltrire nei giardini fioriti. Nestrin, invece, sentiva dentro di sé un fuoco. Una forza primordiale che la spingeva a cercare, a lasciare, a scoprire.
La decisione di partire era maturata una notte. Con un breve messaggio lasciato alla madre, aveva attraversato il villaggio addormentato e si era addentrata nella foresta. Ogni passo la allontanava da un passato che le stava stretto e la avvicinava a un futuro sconosciuto. Una sensazione strana, quasi febbrile, si era insinuata nel suo petto, guidandola come un richiamo. La percezione di una luce, fievole ma insistente, le indicava la direzione.
Dopo ore di cammino, si trovò al margine di una radura. Gli alberi sembravano piegati verso l’esterno, come se una forza invisibile li avesse costretti a inchinarsi. Al centro, una pietra rossa pulsava debolmente, emanando un bagliore che danzava tra il cremisi e il nero. La sua voce risuonava nella mente di Nestrin, un sussurro che la chiamava per nome. Il suono non era ostile, ma neppure gentile. Era irresistibile, un invito e una sfida.
“Nestrin…”
La ragazza rimase immobile, i muscoli tesi, il respiro sospeso. La paura le serrava la gola, ma la curiosità era più forte. Si mosse lentamente, accovacciandosi tra le fronde, osservando le ombre che il bagliore della gemma disegnava sulla radura. Era una notte scura, il cielo appena perforato da pochi raggi di luna. La pietra sembrava viva, pulsante, come se respirasse con lei.
Il richiamo si fece più insistente. Nestrin avanzò, le mani tremanti. Quando le sue dita sottili si avvicinarono alla superficie del gioiello, un calore improvviso le attraversò le braccia. Era un dolore acuto, come mille aghi che le penetravano la pelle, in cui si nascondeva una strana dolcezza. Non si ritrasse. Le linee nere iniziarono a tracciarsi sulle sue mani, sottili e precise, come un pennello che disegnava su di lei. Salirono lungo le braccia, fino alle spalle, trasformandola in un arazzo vivente.
Nestrin osservò quei segni, ipnotizzata. Erano scaglie, lo capì subito. Scaglie di drago. Gli esseri mitologici di cui aveva letto nei libri proibiti, le creature leggendarie che si dicevano estinte da secoli. Il potere che sentiva crescere in lei era travolgente, un fiume in piena che abbatté ogni diga.
“Toccala,” sussurrò la voce.
E Nestrin obbedì. Le sue dita sfiorarono la pietra.
La radura esplose in una luce cremisi. E, nel cuore di quel caos, Nestrin sentì ogni singolo frammento della sua anima andare al proprio posto.

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