MESTRE CHIAMA MARTE

di Ludovica Lancini

Abbiamo intervistato Suzanne e Micaela, due delle tre fondatrici di M.arte (@m.artemestre), il collettivo che si pone come obiettivo quello di svelare il substrato underground che si cela sotto il velo di Mestre, una città la cui fama non è, purtroppo, delle migliori.
In M.arte non organizzano mostre, ma strome. Eventi che possono essere vissuti come mostre, ma che non si limitano a mostrare.
Eventi che nascono in contesti dove la creatività risiede temporaneamente, contamina ambienti sempre nuovi, connette arte, persone e culture diverse. Per poi spostarsi. E ricominciare.

Marte, un pianeta. M.arte, Mestre e Arte. Come nasce questo nome?

M: Il nome è arrivato dopo, quando il progetto era già stato avviato. Nel marzo 2023, al thewhitebar di Riccardo Spina, in zona Piraghetto, c’era una mostra. Mi ha colpito subito l’idea di esporre in un posto non convenzionale, e ho chiesto informazioni.
Pochi giorni dopo, ho sentito Elena parlare con Suzanne per convincerla a esporre le sue foto. Ho colto l’opportunità e, nonostante Suzanne fosse scettica, le ho portate al thewhitebar. Quella sera abbiamo incontrato gli altri che sarebbero diventati parte di M.arte e da lì è iniziato tutto.

S: Prima di M.arte, avevo fondato con altre tre ragazze RAMe – Rivoluzione Arte Mestre, e ho deciso di portarla con me in questa nuova avventura. Ci siamo riuniti per definire il “branding”, il nome, il logo e capire chi volevamo essere. M.arte è nato da questo incontro. L’idea di Marte ci affascinava, come un obiettivo nella galassia da raggiungere, un po’ come prendere il nostro Millennium Falcon e andare verso Tatooine. Volevamo che fosse qualcosa di utopico ma fattibile, un sogno realizzabile. Ci sentiamo un po’ come astronauti, senza i mezzi di Elon Musk. Forse meglio definirci marziani. Ora sentiamo di essere arrivati su Marte, pronti a costruire qualcosa di più grande. E forse Marte è proprio Mestre (sorride).

Si cela un’esigenza specifica dietro alla scelta di creare un collettivo (possiamo definirvi così?) in questa città?

Volevamo portare più arte e cultura a Mestre, in una forma non istituzionalizzata, qualcosa che fosse davvero per noi e fatto da noi. Mestre è una città viva, con una scena creativa e underground spesso sottovalutata. Ci siamo chiesti cosa potessimo fare per valorizzarla e, partendo da questo, abbiamo cominciato a fantasticare.
Un altro obiettivo, più complesso, è migliorare la reputazione della città. Mestre ha una fama che porta molti a evitarla, spesso con timori anche giustificati. Non vogliamo fare un rebranding della città né essere arroganti, ma dare un piccolo contributo per spostare le persone, per attraversare questo “benedetto ponte” da Venezia e scoprire che qui accadono cose belle. Allo stesso tempo, vogliamo stimolare i mestrini stessi a guardare oltre il centro, rivitalizzando anche aree più difficili.
Operiamo con l’arte come leva per un cambiamento sociale, un passo alla volta. Il collettivo è volutamente liquido: siamo un’associazione, sì, ma tutto quello che facciamo è volontario, realizzato nei ritagli di vita da un gruppo di persone che condividono lo stesso entusiasmo. 

Che difficoltà avete incontrato in questi anni nel portare avanti il progetto? 

La difficoltà principale è conciliare i nostri impegni personali con il lavoro di M.arte. Siamo tutti adulti con orari di lavoro spesso totalizzanti, e c’è chi ha anche una famiglia. Coordinare i tempi liberi di tutti non è scontato, così come gestire e suddividere la mole di lavoro. Per ogni progetto cerchiamo di avere un referente principale e una spalla, in modo da non lasciare mai nessuno solo, anche se a volte succede. Un’altra difficoltà è logistica: lavoriamo spesso da remoto, anche quando siamo sparsi in luoghi diversi. Per questo ci incontriamo una volta a settimana, generalmente il mercoledì sera, per fare il punto. Questi momenti di confronto, tra un bicchiere di vino e le polpette strepitose di Marilù, sono fondamentali per organizzarci.
Ci sono poi ostacoli esterni. Se gli artisti rispondono sempre con entusiasmo, non è sempre lo stesso con i commercianti o i luoghi dove proponiamo progetti. A volte incontriamo resistenze legate a dinamiche di interesse personale, come chi non vuole collaborare se già lavoriamo con altri. Questo è scoraggiante, perché l’obiettivo di M.arte è fare rete, unire energie e realtà diverse per cambiare Mestre. Senza collaborazione non ce la faremo mai.

C’è una necessità vostra, totalmente personale, che vi spinge a continuare? 

Siamo un gruppo molto mescolato e curioso, e M.arte nasce anche dalla spinta personale di ognuno di noi: dal nostro vissuto, dalla voglia di imparare e dalla necessità di metterci in gioco. Questo progetto è un modo per testare le nostre capacità fuori da un ambiente strutturato come quello lavorativo, dove i compiti arrivano dall’alto. Con M.arte, siamo noi stessi a definire i ruoli e a pianificare tutto in modo completamente autogestito. In un certo senso, siamo “il nostro alto”.
Oltre al desiderio di dare qualcosa alla città e colmare ciò che sentivamo mancare, c’è anche una forte necessità di crescita personale e professionale. M.arte è una sfida che ci arricchisce su più livelli.

Torniamo un attimo a Mestre che viene sempre screditata, quasi ripudiata. Voi cosa vedete in questa città? Cioè cos’è che effettivamente vi ha fatto dire okay, facciamo questa cosa?

Mestre ha un’anima underground, simile a Camden Town o Rotterdam: spazi vivi, crocevia di culture. Potrebbe diventare uno di quei luoghi, valorizzando ciò che esiste già.
Oggi Mestre è spesso vista dai turisti solo come un punto di passaggio per Venezia, ma potrebbe invece rappresentare l’arte contemporanea, il futuro. Le giovani generazioni sono alla ricerca di una chiave di volta, e l’arte potrebbe dare una nuova narrazione alla città.
Non vogliamo giustificare Mestre per quello che è diventata nel tempo, ma valorizzare ciò che ha e ciò che può diventare. Mestre ha una propria identità, indipendente da Venezia, e merita di essere vista. È il momento di costruire una narrazione che faccia dire con orgoglio: “Io vivo a Mestre”. L’arte può fare molto, non per cambiare tutto, ma per far emergere una nuova visione.

Ora vorrei parlare un pochino di voi. Partiamo da quanti siete nel gruppo, come vi relazionate tra di voi per decidere cosa fare e chi contattare? 

Il nostro gruppo è composto da un nucleo di circa 10 persone, affiancato da collaboratori “satelliti” che portano nuove energie e competenze. L’organizzazione è orizzontale, con ruoli ben definiti: team creativo, grafico, comunicazione e direzione generale. Le decisioni sono democratiche, ma ogni reparto ha voce in capitolo sui propri ambiti, bilanciando creatività e organizzazione.
Le riunioni del mercoledì sono il nostro rituale per rivedere i progetti e generare nuove idee, trasformando anche un brainstorming spontaneo in un evento concreto. Per gli artisti, ci guidano la spontaneità e le relazioni umane, preferendo collaborazioni locali ma aperti anche a proposte esterne, purché ci sia sintonia.
Per esempio, ci piacerebbe sviluppare una rassegna cinematografica su Mestre, con filmati storici che raccontano la sua identità nascosta. Progetti come questi richiedono però risorse e tempi più lunghi, soprattutto con la burocrazia, ma restiamo fiduciosi nel nostro lavoro con i privati e nella rete di collaborazioni che cresce con ogni progetto.

C’è un evento che avete amato particolarmente organizzare?

M: Per me, la mostra più speciale è stata la prima: “Déjà Vu – Dialoghi Onirici”. Non eravamo ancora M.arte, ma c’era un’energia incredibile. È stata una sfida portare l’arte in un posto come il thewhitebar di Riccardo Spina che non è pensato per questo, ma proprio per questo è stato emozionante. Non si tratta solo di appendere delle foto: bisogna far dialogare le opere con lo spazio e con le persone che lo frequentano. L’opening è stato un momento magico, c’erano una sessantina di persone, tra il nostro pubblico e i clienti del locale. E poi, a livello personale, quell’anno è stato importante: avevo fatto venire mia mamma apposta per aiutarci ad allestire, anche se ha finito per distruggere una teiera! Quando sono in crisi, ripenso a quella mostra: l’entusiasmo e la voglia di fare che avevamo mi guidano ancora oggi.

S: La mia preferita è stata “Terrigena”, nella fioreria Alloni, anche se andava un po’ contro la nostra idea di fare eventi fuori dal centro di Mestre. Mi è piaciuto perché abbiamo unito le opere ceramiche di Sara Dal Mas, che nascono dalla terra, con lo spazio della fioreria. I vasi esposti non erano semplici oggetti, ma opere d’arte, e abbiamo costruito una storia intorno a loro. Il dettaglio che ho amato di più è stato il piccolo vasetto che avevamo messo al centro, il “demiurgo”: da lui prendeva vita tutto il mondo di ceramica. Intorno, c’erano sassi che uscivano dalle anfore, quasi fossero esseri che abitavano quel mondo. È stato un progetto molto curato e creativo, degno di Damien Hirst! Lavorare con Sara, che è anche una mia cara amica, è stato bellissimo. Mi ricordo un senso di serenità e soddisfazione per come era venuto tutto, e anche la grafica ci era riuscita particolarmente bene.

Cosa portate di voi in M.arte?

M: Per me l’interculturalità è fondamentale. Crescendo con origini miste russo-croate, mi sono sempre sentita un’apolide. Non mi sono mai sentita completamente italiana, russa o croata; le radici le ho costruite io stessa, e Marte è il riflesso di questa libertà di reinventarsi.

S: Condivido in pieno. Non mi sento né italiana né olandese. Essere sradicati ci permette di reinventarci, e penso che anche Mestre viva una condizione simile: un’identità non definita che offre la libertà di costruirla da zero. Dal punto di vista pratico, porto la mia esperienza nell’organizzazione di eventi, che mi manca nel mio lavoro attuale. Mi manca anche l’allestimento: quel panico dell’ultimo minuto, il caos, ma anche la soddisfazione di aver creato qualcosa insieme.

Qual è il futuro di M.arte? 

All’inizio l’idea di M.arte era ambiziosa: creare un festival di arte diffusa in città, con mostre pop-up negli esercizi commerciali. Poi ci siamo resi conto che era meglio partire passo dopo passo, collezionando un “curriculum” di strome per riattivare gli spazi. Questa visione, a cui siamo molto legati, continua a essere il cuore del nostro progetto. Oggi, nonostante le difficoltà, sentiamo che M.arte ha un futuro, anche se dobbiamo ancora definire come procedere, magari con un calendario che rispecchi meglio le nostre ambizioni.
Quello che ci piacerebbe davvero è realizzare questo festival, che si chiamerà Tera, da Marte a Terra. Un evento capace di dare un’identità a Mestre, proprio come altri festival hanno fatto per luoghi come Lago o Cortona. Ovviamente, per farlo servirebbe il supporto del pubblico e, soprattutto, dei finanziamenti. Ma la visione resta: se riuscissimo a concretizzarlo, M.arte potrebbe diventare una realtà ancora più strutturata, magari anche un lavoro a tempo pieno.

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