Zona Umida 

di Giulia Bastoni

Il 2 febbraio si è celebrata la Giornata mondiale dedicata alle zone umide. 

É alla nostra zona umida che dedico questo articolo, dichiaratamente spoglio di qualsiasi intento scientifico o giornalistico. 

Venezia – o meglio, la sua Laguna – è timida. A chi, come me, è foresto, si disvela un poco alla volta. E nessun buon compagno oserebbe metterle fretta. 

Nei miei vagabondaggi in Laguna Nord sento di averne sfiorato i lati più reconditi del carattere, quelli talmente fragili da dover essere custoditi gelosamente. Lo stesso scriverne mi mette in soggezione, ora che ci faccio caso. Come se una sola mia virgola potesse scalfirla, denudarla eccessivamente. Come se nessun mio vocabolo potesse risultare sufficientemente calzante per essere usato.  

La Laguna Veneta è una creatura delicata e cangiante, un organismo perfetto che vive nel precario equilibrio tra terra e mare, tra acqua dolce e salmastra, tra natura e antropizzazione. Un equilibrio che, per la propria morfologia, rifugge da secoli ogni umana logica dell’utile. 

Se la si osserva con pazienza, la Laguna si rivela attraverso i suoi dettagli più minuti: i sinuosi frattali di ghebi, il profilo frastagliato delle barene, i riflessi argentei sulle velm – distese fangose che affiorano durante la bassa marea – la traslucenza dorata delle graminacee al tramonto. Qui la vita non esplode in manifestazioni eclatanti, ma si insinua, si adatta, permea silenziosa ogni elemento del paesaggio. La vegetazione alofila, resistente alla salinità, colonizza le barene; alghe, microorganismi, molluschi, crostacei e pesci abitano i fondali mentre uccelli, abili pescatori, trovano rifugio e nutrimento in questo labirinto liquido. 

L’idrogeologia della Laguna è un meccanismo complesso e sensibile. Gli scambi tra di essa e il mare, che avvengono attraverso le tre bocche di porto, impediscono il ristagno delle acque. Il sistema di maree, il deposito di sedimenti trasportati dai fiumi, l’azione erosiva del moto ondoso e l’intervento dell’uomo sono tutti fattori che, contrapponendosi, determinano la morfologia di questo ambiente. Da secoli la Laguna lotta per la sua sopravvivenza: senza un costante apporto di sedimenti, le barene rischiano di scomparire, lasciando spazio a un fondale sempre più profondo e più simile al mare aperto.  

Ma la Laguna non è solo un prodigio naturale. È anche il palcoscenico di una storia millenaria, un grembo d’acqua in cui Venezia ha trovato protezione e sostentamento. Fu la Laguna, con i suoi canali intricati e le sue acque poco profonde, a offrire rifugio ai primi abitanti in fuga dalle invasioni barbariche. E fu grazie alla sua natura inaccessibile ai nemici che la Serenissima poté crescere, diventando la potenza marittima che per secoli dominò il Mediterraneo. La Laguna non fu solo difesa, ma anche risorsa: dai suoi fondali si ricavava il sale, tesoro economico inestimabile; dalle sue acque, il pescato che alimentava la città; dalle sue isole, i terreni su cui sorsero campi, allevamenti, monasteri, accademie e arsenali. La laguna è tutto questo e tanto altro per ciascuno di noi.
Di certo queste parole non sono state sufficienti a giustificare l’incanto che provo davanti ad una sola sua immagine sgranata: ma Dio non voglia che nessuna parola lo sia mai.

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