Di Ludovica Lancini
Il BAIFF è il primo festival europeo dedicato al dialogo tra cinema e intelligenza artificiale. Nato a Burano, nel cuore della laguna di Venezia, è molto più di una semplice rassegna di film: è un luogo di incontro, di scambio e di curiosità. Un laboratorio culturale dove lo sguardo creativo del cinema si intreccia con la ricerca, l’arte, la filosofia e la tecnologia. Qui l’AI non viene raccontata solo come strumento tecnico, ma come fenomeno che tocca da vicino la vita di tutti noi. Abbiamo fatto due parole con Giovanni Balletta, Co-Fondatore e Project Manager, e Hanna Rudak, Co-Fondatrice e direttrice artistica.
Raccontateci un po’ di voi e del vostro festival.
Il punto centrale è stato il nostro trasferimento da Venezia a Burano. Io mi occupo di intelligenza artificiale ormai da un decennio, mentre Hanna ha una formazione più artistica, da regista teatrale. Nel momento in cui siamo arrivati a Burano, nella generalizzazione del turismo che soffoca l’isola, ci siamo chiesti se potesse esistere un’alternativa al turismo che assumesse un ruolo maggiormente legato alla cultura. Dopo esserci posti questa domanda, un po’ per caso abbiamo scoperto la storia di Bepi Suà. La facciata della sua casa è famosissima, forse una delle più colorate dell’isola. Ma non sapevamo che Bepi Suà, per gran parte della sua vita, fosse stato anche manutentore del cinema locale. Quando il cinema fu costretto a chiudere, lui non lasciò morire questa passione e, ogni estate, nel suo campiello, stendeva un lenzuolo bianco e proiettava cartoni animati per i bambini. Lo fece per tutta la vita. Il suo amore per il cinema si vedeva anche nel suo essere un accumulatore compulsivo di pezzi di ricambio di proiettori, tant’è che, alla sua morte, un tecnico riuscì a rimontare per intero un proiettore funzionante con i pezzi che lui aveva accumulato.
Questo per noi è stato l’input per creare un fil rouge fra la tradizione cinematografica classica e una nuova frontiera: quella dell’AI. Quando abbiamo iniziato a indirizzarci verso la creazione del festival, c’era un problema: non sapevamo se esistessero realmente corti realizzati con l’intelligenza artificiale, perché tre anni fa non esisteva ancora la generative AI. Decidemmo di fare un salto nel buio e pubblicammo il sito. Durante la primissima settimana contavamo 34 corti iscritti. Alla chiusura delle iscrizioni i film erano 254, provenienti da 122 paesi del mondo, addirittura dal Nepal.
Da lì è stata un’escalation continua. Noi abbiamo assistito a tutta questa evoluzione tecnologica nel corso di tre edizioni, mese per mese. Corti iscritti a gennaio 2025 erano già superati tecnologicamente a marzo, con l’arrivo di Veo 3 e Sora 2. Una progressione immediata, con un miglioramento qualitativo impressionante.
Perché proprio Burano? E come avete trasformato il desiderio in un festival vero e proprio?
H: L’incoscienza. Non potevamo prevedere tutte le complessità. Abbiamo parlato con professionisti del settore, con figure culturali altissime in Italia che hanno avviato più di un festival. Ci hanno spiegato che un evento di questo calibro non nasce a tavolino, ma dal cuore, dal desiderio, dalla leggerezza.
Il nostro desiderio il primo anno è stato molto semplice. Abbiamo visto la realtà di Burano che ci piace tantissimo. Non siamo venuti qui per necessità o per la problematica abitativa di Venezia – anche se quando ho cercato casa tre mesi prima pensavo fosse tempo sufficiente, è venuto fuori che neanche tre anni bastano.
A Burano abbiamo conosciuto persone incredibili, quelle sulle barricate di Venezia che cercano di salvare la città. Così, tramite amicizie e raccomandazioni, abbiamo trovato la nostra proprietaria di casa che è fantastica. Il mondo di Burano è meraviglioso, ma molto chiuso. Entrare da fuori è già un percorso incredibile. La domanda che tutti ci facevano era se fossimo residenti o turisti. Quando è venuto fuori che siamo residenti e vogliamo vivere qui, abbiamo scoperto il lato umano incredibile dei buranelli.
In due settimane abbiamo conosciuto più persone che in 20 anni a Venezia. Il vicinato è una cosa importantissima: conosci tutti i vicini, se non apri le scure ti chiedono se stai bene, se sei partito. Questa conoscenza sana delle persone ci ha colpito.
Non abbiamo pensato di stravolgere Burano. Abbiamo immaginato l’isola fenice del futuro: un’isola in contatto con la natura, con il vicinato, con la partecipazione nelle decisioni importanti per la comunità, e con le tecnologie. La nostra fortuna è stata trasferirci nella metà dell’isola dove c’è internet che funziona benissimo. Dall’altra parte è attaccato al ponte radio dal campanile, il festival non avrebbe potuto esistere.
È venuto fuori che associare Burano e intelligenza artificiale tre anni fa era eretico. Rischiavamo il rogo. Dovevamo rapportarci con persone che hanno una media di 80 anni. Abbiamo capito che anche fare un semplice corso o workshop – raccontare storie animate con l’AI, prendendo un libro in biblioteca, seguendo un corso di micro-regia – era impossibile.
Per realizzare questo progetto dovevamo avere dietro figure culturali non solo italiane ma europee e mondiali. Da qui la necessità di avere degli speaker: persone che fanno, che programmano, filosofi che studiano il rapporto tra essere umano e tecnologia, e soprattutto artisti. Mentre la burocrazia arriverà tardi e gli scienziati studiano, gli artisti hanno già provato a immaginare cosa succederà.
Il primo anno sembrava tutto catastrofico, i film raccontavano la paura. Moriremo tutti, la tecnologia distruggerà tutto, ci trasferiremo su un altro pianeta per distruggerlo di nuovo. Il secondo anno, invece, i film sono cambiati completamente. Cambiano le tecnologie, cambia il ruolo dei registi. Il primo anno avevamo persone di 80 o 16 anni, con conoscenza di programmazione. Il secondo anno sono arrivati i musicisti. È tornata la poesia, in un’altra forma, animata nell’immaginazione, accompagnata dalla musica scritta dalla stessa persona.
La giuria è merito nostro, di Giovanni e mio, e racchiude tutta la nostra vita professionale. Figure culturali grandissime in Italia, Europa e nel mondo che ci hanno dato fiducia, che hanno detto “siete matti, ma ci siamo”. Con la loro competenza hanno dato un rilievo incredibilmente alto alle selezioni dei vincitori, un’impronta tale che possiamo parlare di presenza professionale nel mondo del cinema.
In contemporanea, le votazioni degli studenti, per noi, hanno lo stesso valore. Abbiamo deciso di unire la professionalità che il lavoro di una giuria richiede a un pubblico più giovane, dandogli fiducia. Per il prossimo anno forse inviteremo sociologi, per ascoltare il punto di vista di chi studia la percezione del cambiamento delle immagini, della velocità, della concentrazione, della stratificazione. Invitiamo tutti a venire, studiare, confrontarci. Le tecnologie sono entrate nella vita, l’AI in ogni settore. Il festival è un accumulatore non solo di idee artistiche ma di studio di noi stessi: come influisce su aspetti artistici, sociali, filosofici, tecnologici.
Solo ora capiamo che grande cose abbiamo avviato! Questa è la responsabilità, la necessità di crescita e partecipazione.
Per esempio, quest’anno abbiamo avuto tre volontari dal mondo della fotografia. A festival terminato ci hanno chiesto il link al canale YouTube per poter vedere e seguire lo speech del professore Nicola Donti, perché erano impegnati nel lavoro e non avevano avuto modo di ascoltare tutto per bene. Funziona. È il lato umano dentro il festival.
I registi trattano temi importanti, i documentaristi sono incredibili, tanto che la nostra giuria ha premiato il documentario I am an American di Giovanni Abitante come Best Documentary. Dietro ogni film c’è un mondo non strettamente artistico, ma legato alle potenzialità di noi stessi. La nostra vita cambia molto veloce.
Il mondo del cinema, dell’arte, ti dà la possibilità di immaginare il futuro e poi scegliere se lo vogliamo. È incredibile dell’arte: è un’acqua dove puoi entrare e uscire. Invece la vita che dobbiamo vivere, una volta presa la decisione, devi risolvere tutto. Come le generazioni che arrivano devono risolvere i casini creati dalla generazione precedente.

Cosa portate di voi e del vostro lavoro, della vostra formazione, delle vostre idee in questo Festival?
G: Noi abbiamo la fortuna di essere complementari: da una parte c’è la razionalità dell’algoritmo, dall’altra la parte umanistica creativa. Lavoriamo per compensazione.
Io porto la competenza strettamente tecnica: capire se il materiale che arriva è aderente alle richieste del festival. Chiediamo che almeno il 25% del tempo del corto sia realizzato con l’AI. Se abbiamo dubbi, ci facciamo mandare il prompt di verifica.
Dall’altra parte c’è tutto il ragionamento più umano, artistico. Una volta verificato che il corto è fatto con l’AI, passa al setaccio della narrazione umana creativa. Questi sono i contributi che rispettivamente riportiamo.
H: La cosa che ci lega è l’unica posizione sull’utilizzo etico-morale delle tecnologie e sulla responsabilità artistica verso un campo informatico universale. Anche nella fisica quantistica, la particella più piccola è vuota: dipende con che cosa la riempiamo. La responsabilità artistica sta tornando, non solo la libertà di espressione. La consapevolezza della potenza della tua parola artistica sta diventando sempre più importante.
Al concetto di etica, di responsabilità: come l’intelligenza artificiale, la tecnologia e l’arte si collegano secondo voi? Anche perché quando ho saputo del festival sul cinema e l’AI, ammetto di aver storto il naso. Un altro spunto che voglio darvi è che quest’anno al Salone del Libro di Torino hanno presentato un libro che ha vinto il premio Akutagawa, “Tokyo Sympathy Tower” di Rie Qudan. Lei ha dichiarato che il 5% è scritto con l’AI, e questa cosa ha destato problematiche. In realtà la parte scritta dall’AI è lei che parla con l’AI e riporta la conversazione nel romanzo.
G: Partiamo da un assunto fondamentale: lo spettatore che si approccia a un corto realizzato con l’AI non fa caso a come sia stato fatto. Se quello che guarda gli fa arrivare un’emozione, il come passa in secondo piano. Quello che incoraggiamo è un ragionamento a 360 gradi sull’AI, ma ancora più sulla creatività. L’AI è un supporto, un amplificatore della creatività.
Tutte le volte che la cinematografia ha sperimentato tecnologie nuove, queste sono passate dai corti. E ogni nuovo approccio tecnologico nell’audiovisivo non ha mai visto la cancellazione di figure professionali. Trent’anni fa non c’erano i visual effects, nessuno ha perso il posto. Dieci anni fa non c’erano i colorist, ma i direttori della fotografia non sono scomparsi.
In questi tre anni abbiamo visto l’evoluzione della troupe cinematografica, diventata troupe 2.0: registi classici, creator, artisti, ingegneri che elaborano il prompt. Abbiamo visto sceneggiatori supportati dall’AI, non sostituiti. La sindrome del foglio bianco ce l’hanno tutti, e l’AI può dare l’input più assurdo, ma in quell’assurdità trovi la scintilla che rielabori e porti avanti.
L’esempio è Critterz, il film realizzato interamente da OpenAI, corto nato nel 2025 che a gennaio 2026 sarà presentato come lungometraggio a Cannes. Gli sceneggiatori sono stati supportati, non sostituiti, per avere una narrazione rispettosa ma con il tocco umano che conferisce creatività e dà la possibilità legale di acquisire il copyright.
Noi abbiamo invitato anche ospiti che hanno parlato male dell’AI, ci sta. L’unica condizione: argomentate. Lo scopo del festival è questo. Non propiniamo l’AI come sostitutiva, ma promuoviamo il messaggio che sia di supporto. Faccio sempre il paragone con la fotocamera digitale: quando è uscita, tutti dicevano “diventeremo tutti fotografi, morirà l’arte della fotografia”. In realtà, da ex fotografo di scena, mi ha risolto il problema dei negativi. Se non hai qualcosa da raccontare, lo strumento resta strumento. A premere il clic siamo capaci tutti. Ma una clip tirata fuori da chi ha studiato cinematografia è diversa.
La formazione resta centrale. Le accademie devono cominciare a guardare allo strumento non come minaccia ma come opportunità. La tecnologia nel cinema è sempre stata osteggiata agli inizi. ChatGPT non sostituisce lo sceneggiatore, dà un supporto diverso, valuta 20 variabili. La generativa AI genera un’inquadratura di un drone sul Colosseo che diversamente avrei difficoltà a fare con budget inesistente. C’è democratizzazione, abbattimento dei costi. Ma la base è che devi avere qualcosa da raccontare, altrimenti il pubblico non ti guarda.
H: Mi aggancio: non spostiamo il focus artistico al lato macchina, l’IA è uno strumento. Spostiamo il focus sulla creazione umana. Chi è l’artista? Per noi l’artista è l’ultimo che perde la speranza, il primo che indica la strada. Non per sé stesso, ma per la società. Ha la sensibilità che non possono avere le macchine, verso i tempi storici, verso la società.
Quanto è importante il vicinato, dove viviamo, l’unione delle persone. Non sono i muri che fanno le città e le culture, sono le persone e il loro rapporto verso la cultura. Il vettore nel futuro non può indicarlo la macchina, la macchina utilizza la nostra esperienza. Ma il futuro? Vediamo come vogliamo essere. L’artista indica la strada, va con la propria immaginazione. È un enigma, un lato divino, un bacio che arriva da un angelo: rimane umano.
L’altra cosa importante è la necessità di esprimersi, e qui torniamo alla democratizzazione. Molti artisti non hanno più possibilità. Vogliamo parlare della situazione del teatro in Italia? Di fondi che si tagliano nel cinema? Di chi ha accesso a fondi per realizzare prodotti artistici? Questo strumento è una rivoluzione perché dà la possibilità di esprimersi. Se un artista non ha bisogno di creare, non è un artista.
L’esempio è Carmen Gloria Pérez, attrice che con l’AI è diventata anche regista e sceneggiatrice. Quest’anno ha vinto il Prediction Award con il suo film, The Mars Novella. Mette la camera, inventa la storia, recita, poi aggloba questa immagine con gli strumenti AI per creare il corto ambientato su Marte, con problematiche che senza fondi non avrebbe potuto affrontare. Chi ha bisogno di dire, di sperimentare, trova sempre modo. La creatività umana non si può fermare, quando non è soppressa la libertà.
La gentilezza con cui percepiamo i nostri mondi fa speranze diverse. Nel BAIFF ci sono persone di età importante ma invitiamo anche giovanissimi. Tramite voi, tramite la vostra rivista, invitiamo a venire con l’idea di scrivere, partecipare. Quest’anno è arrivato un regista di 24 anni, Yunbin An, che non parlava inglese né italiano, volevamo comunicare ma non potevamo. Serviva qualcuno che parlasse coreano. Ha vinto il premio Zolotuchin Award per il film 32nd August.
G: Posso aprire qualunque piattaforma AI, ma se non le do un input, non produce nulla. La creatività umana non può essere imitata dall’AI, per quanto l’AI sia un’imitazione del comportamento umano. La creatività di un momento è frutto di infinite variabili: aver vissuto quel momento, aver sofferto, gioito, il ricordo nel tempo, lo stimolo del ricordo futuro. Variabili che l’AI non sintetizza attraverso un algoritmo. La creatività resta centrale nella caratteristica umana. Posso sintetizzarla sotto forma di prompt, ma se non l’ho provata io, quell’emozione, la creatività non c’è. Resta un comando asettico. È l’emozionalità la leva della creazione.
H: Siamo aperti a diverse visioni sulla presenza del’IA nella nostra vita: va bene parlare anche male del’IA, avvertire di preoccupazioni, dare il punto di vista. È entrato nella quotidianità di ogni settore, quindi ogni settore dentro il BAIFF può avere il suo punto di interesse.
G: Il festival si apre sempre con una grande domanda: creatività artificiale o creatività umana? Alla fine cerchiamo di far sì che quella “o” diventi una “e”: creatività umana e creatività dell’AI, nell’accezione ridotta del termine (una citazione del professor Nicola Donti). Non vogliamo dipingere una creatività sacrificata all’altare dell’AI. L’AI nell’audiovisivo resta uno strumento come altri, da guardare non con sospetto ma come opportunità. Dobbiamo farne un uso etico, non farci soppiantare completamente. Questo trigger lo attiviamo noi, decidiamo di farci sostituire o meno.
Lo vedi nei corti: chi si è lasciato prendere completamente la mano e chi ha modulato l’utilizzo dell’AI. Alla fine la differenza la fa l’uomo. Decidiamo quanto farci supportare.
La narrazione sull’AI è frammentaria, spesso unilaterale: c’è chi la dipinge come il male assoluto. Io dico nei miei speech: non è l’AI che ti fregherà il lavoro, ma la persona che imparerà a usarla meglio. L’AI sostituirà lavori ripetitivi, difficilmente la creatività. Provate a mettere davanti a un computer un blocco di marmo e chiedergli di scolpirlo: resterà blocco di marmo. Questa è la sintesi estrema: non succede nulla che tu non voglia. Lo dai tu, lo gestisci, lo governi, lo spegni o accendi tu. Non c’è un computer che si collega a ChatGPT, ti legge nel pensiero e ti fornisce spunti. Non c’è.
Siamo guardati come alieni, soprattutto nella città della Biennale del Cinema. Vai a toccare un’istituzione sacra. Però abbiamo trovato sponda in istituzioni come Querini Stampalia e The Home of The Human Safety Net , forse anche per la loro mission. La biblioteca è una grande istituzione, ma serve continuità moderna: utilizziamo spazi per valorizzare ricerche fatte in modo diverso. Se un filosofo dà concetti moderni ispirati alla filosofia classica, hai una restituzione della modernità e non la vedi come qualcosa di noioso.

