Mazzorbo: costruire ai confini dell’acqua 

Scritto da Laura Piatti

Mazzorbo è una delle isole più silenziose ed enigmatiche di Venezia. È accanto a Burano, eppure sembra avere una geografia tutta sua. Se Burano è compatta e scoperta, Mazzorbo è chiusa e laterale. Qui la laguna non è scenografica ma rappresenta una condizione imprescindibile: l’acqua riflette, rallenta, dilata; il vento attraversa campi aperti; il silenzio non è eccezione ma quotidianità.

Quando negli anni Ottanta il piano PEEP Burano-Mazzorbo prevede la costruzione di nuove abitazioni per ripopolare l’isola, la questione non è solo quantitativa. Ottanta casette rappresentano un corpo potenzialmente estraneo, una massa che rischia di alterare l’equilibrio fragile tra terra, acqua e cielo. In terraferma sarebbe un semplice edificio, ma qui non può esserlo. In laguna ottanta case devono essere ottanta casette. È in questa tensione tra necessità e misura che si inserisce il progetto di Giancarlo De Carlo, realizzato tra il 1980 e il 1997. Un intervento che, a prima vista, appare come un gesto deciso: un pugno colorato nella tonalità lattiginosa della laguna. Violetto, verde e giallo sono tinte che emergono come segni contemporanei, dichiaratamente moderni. Eppure, attraversando il quartiere, quell’impressione di forza si trasforma in una percezione più sottile: non c’è imposizione, ma costruzione paziente di relazioni. 

L’impianto urbanistico si organizza attorno a una spina centrale che prende avvio idealmente dal ponte e si inoltra nell’isola, ramificandosi in calli trasversali, sottoportici e campielli. Non è una semplice distribuzione funzionale, ma la ricostruzione di una morfologia urbana: un frammento di città che non replica Burano, ma ne rielabora la grammatica spaziale. Le abitazioni, che variano dai 46, 70 e 95 metri quadrati, distribuite su due o tre livelli, non si aggregano in un blocco unitario, bensì in sequenze variate per orientamento, esposizione, composizione volumetrica. Ogni unità ha un doppio accesso, sulla calle e sulla corte, riaffermando quella soglia continua tra pubblico e privato che caratterizza l’abitare lagunare. La frammentazione è la chiave del progetto: si sviluppa una costellazione di cellule di  altezze contenute, mai superiori ai 9,50 metri, per non interrompere la linea bassa dell’orizzonte. Sul retro si articolano due sequenze di campielli: una aperta verso la laguna e il viale alberato, l’altra verso la darsena e il nuovo canale ricavato sviluppando un corso d’acqua esistente. L’acqua, qui, non è fondale ma struttura: determina orientamenti, accessi, gerarchie.

Anche nei dettagli il progetto manifesta una precisione artigianale. Le pavimentazioni in mattoni e pietra ridisegnano il suolo con attenzione; gli argini sono modellati secondo i rapporti tipici tra terra e acqua; le bucature, le finiture, le mostre delle finestre rivelano una cura che supera la semplice funzione. I robusti corpi cilindrici delle scale emergono come elementi plastici, segnando verticalmente il quartiere senza mai trasformarsi in segni monumentali. È un’architettura che parla attraverso la misura, che costruisce identità senza ricorrere all’enfasi. Il colore, così evidente all’inizio, si rivela allora parte di un sistema più complesso. Non è citazione folkloristica, ma traduzione contemporanea di una cultura visiva. Nella luce umida della laguna, le superfici intonacate cambiano continuamente: si accendono al tramonto, si smorzano nella nebbia, si riflettono nell’acqua. Oggi, attenuati dal tempo e dalla salsedine, quei colori raccontano anche la vulnerabilità dell’architettura in un ambiente estremo, e la sua inevitabile trasformazione.

Mazzorbo resta un margine geografico. Eppure, proprio qui, l’architettura trova una centralità inattesa. Il progetto di De Carlo dimostra che la modernità può inserirsi in un contesto fragile senza mimetizzarsi né imporsi; può dichiarare la propria epoca e al tempo stesso rispettare la lentezza del luogo. In un’isola che vive di distanze e di silenzi, l’intervento non accelera: si adegua al ritmo dell’acqua, accetta la misura del tempo. Così il margine diventa centro. Non centro di attrazione turistica o di monumentalità, ma centro di una riflessione sull’abitare contemporaneo. A Mazzorbo, l’architettura non conquista lo spazio ma lo attraversa con la tranquillità caratteristica della laguna. E nella lentezza della laguna trova la propria ragione.

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