Terrazza Bluemoon

Di Laura Piatti

Se un’amica fosse triste e avesse bisogno di svagarsi, le direi di venire al mare con me. Di chiudere la porta di casa, scappare dalla routine della città e lasciarsi coccolare dal vento salmastro. Il mare è la via di fuga più antica. E l’architettura balneare non fa che dare una forma a questo desiderio: la voglia di allontanarsi, anche solo per un giorno, dai rumori e dai pensieri della vita quotidiana.

Alla fine dell’Ottocento, scappare al mare era un privilegio per pochi. Poi le spiagge sono diventate di tutti: folle in costume, ombrelloni, cabine di legno colorato, piccole città stagionali che ogni estate risorgono lungo la costa. Queste architetture marittime sono come una città lineare e fragile, che segue la riva, ne costruisce uno spessore di vita effimera, e la trasforma in un palcoscenico di divertimento e riposo. I villaggi turistici sono mondi chiusi, con le proprie regole, un rifugio temporaneo. Gli alberghi sono fortezze dell’ospitalità: enormi macchine per accogliere, far riposare, far divertire. E poi ci sono gli stabilimenti balneari, oppure più comunemente lidi, che si estendono in orizzontale sulla sabbia, riducendo al minimo le strutture stabili, come fossero un confine tra la terraferma e l’acqua, sospesi tra strutture permanenti e architettura mobile. Sono ingombranti, certo: occupano tratti di costa, addomesticano la natura per renderla fruibile, pronta a essere goduta. L’architetto, costruendo queste strutture, dà una forma degna a un desiderio di evasione, senza distruggere la bellezza fragile di ciò che esiste.

Il Blue Moon di Venezia racconta bene questa sfida. All’incrocio tra il Gran Viale Santa Maria Elisabetta e il Lungomare Guglielmo Marconi, da decenni batte come cuore balneare del Lido. Prima lo Stabilimento Bagni, poi il primo Blue Moon, che ha resistito fino agli anni Ottanta prima di cadere a pezzi. Dal 2002, al suo posto, un nuovo stabilimento porta lo stesso nome: l’ha disegnato Giancarlo Del Carlo, immaginandolo come una piccola città sulla riva. La struttura è composta da sei elementi: il Piazzale Bucintoro, ovale e accogliente, lastricato in pietra veneta e d’Istria; i giardini, che filtrano la vista tra strada e mare, proteggono e aprono scorci; il padiglione centrale, un cilindro a due piani con una cupola metallica che sembra respirare, sostenuta da pilastri inclinati. Al centro, una scala elicoidale gira intorno a un pennone di trentaquattro metri: di notte, la terrazza di legno teak diventa pista da ballo sotto le stelle. Il corpo principale del lido si sviluppa in lunghezza, attraversato da un portico che unisce padiglione e spiaggia. A est un ristorante squadrato e pieno di luce, a ovest un bar-caffetteria dalle linee sinuose, punteggiato da isole cilindriche, cupole di mosaico che catturano la luce del sole di giorno e la riflettono di notte. Sopra, l’iconica terrazza vista mare che diventa gradinata di pietra per guardare spettacoli sull’arenile. Dal fronte mare parte una passerella sopraelevata, bianca, con pavimento in teak: camminandoci sopra, si arriva alla spiaggia mentre sotto la risacca continua a raccontare storie di mare. Le gradinate a fianco del bar modellano la sabbia come un teatro, platea naturale e scudo contro le mareggiate.

In luoghi come questo si capisce che un lido non è solo uno spazio di svago: è una soglia, una promessa di libertà sospesa tra la solidità della terra e l’incertezza dell’acqua. Un invito a fermarsi, a rallentare, a tornare bambini, anche solo per una giornata. Per ricordare che, ogni tanto, basta sentire il rumore del mare per ritrovare un po’ di pace.

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