PROFESSIONI MUSEALI – Intervista al Dott. Luca Mizzan, Responsabile del Museo  di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue

di Marta Panico

Sulla scia del precedente articolo che presentava il Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue, inauguriamo con questa pubblicazione una serie di interviste dedicate agli specialisti del settore museale. L’obiettivo è offrire ai lettori e alle lettrici di Naransa uno sguardo approfondito sulle professioni museali, rivelando cosa si cela dietro le collezioni esposte al pubblico e illustrando le molteplici attività parallele che i musei portano avanti. Per cominciare ho avuto il piacere di dialogare con il Dott. Luca Mizzan, biologo marino, che dal 2009 è Responsabile del Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue.

Il museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue ha riaperto le sue porte nel 2010 dopo un periodo di chiusura al pubblico.
Com’è cambiato il Museo da allora e quali sono le principali sfide che ha dovuto affrontare?
Il vero cambiamento del Museo di Storia Naturale è iniziato dopo l’incendio della Fenice nel 1996, con un restauro completo che ha portato alla riapertura nel 2010. Questo evento ha trasformato il Museo in un esempio unico in Italia, perché a parte qualche eccezione, in genere i musei si limitano a rimodernare una o due stanze, mentre nel nostro caso il Museo di Storia Naturale è stato ripensato e realizzato ex novo, con un allestimento progettato da zero. Tale innovazione ha portato il Museo a ospitare il convegno nazionale dell’ANMS (Associazione Nazionale dei Musei Scientifici), proprio perché rappresentavamo uno dei rarissimi esempi italiani di museo scientifico ristrutturato integralmente. Questo risultato è stato riconosciuto anche a livello internazionale: siamo stati finalisti al premio ICOM Italia per la comunicazione museale tramite l’allestimento e siamo entrati nella rosa dei cinque migliori allestimenti dell’EMYA, un premio prestigiosissimo che celebra i migliori musei, non solo scientifici ma di qualsiasi tipologia, a livello internazionale. Questi successi hanno attirato colleghi da tutto il mondo, che venivano a visitare il nostro allestimento, rendendo il progetto una soddisfazione immensa, ma anche una grande responsabilità. Ci siamo resi conto che questa opportunità, ovvero quella di avere tutti gli strumenti e la volontà di ripensare un museo da zero, era un’occasione unica ed era essenziale sfruttarla al meglio per raggiungere obiettivi ambiziosi, all’altezza del ruolo che un Museo deve assumere oggi. Tra le sfide che abbiamo dovuto affrontare c’era sicuramente quella di capire qual era il nostro ruolo attuale e cosa potevamo fare in una città così particolare come Venezia. Fino ad allora, infatti, i musei di Storia Naturale più attivi e attrattivi del Veneto erano quello di Verona e Montebelluna, per cui dovevamo capire la nostra specificità. Ma l’altra grande sfida è stata quella di portare il livello delle attività del Museo, dalla ricerca scientifica alla didattica, al livello dell’eccellenza raggiunta con l’allestimento. Il Museo non è solo un luogo di esposizione: dietro ci sono la ricerca, lo studio, la formazione e l’educazione, tutti aspetti che dovevano essere sviluppati e valorizzati al meglio. È stato un lavoro lungo e impegnativo, al quale manca una parte, ovvero la sezione della laguna, su cui stiamo ancora lavorando.

Quali sono gli obiettivi principali del Museo di Storia Naturale di Venezia nel preservare e valorizzare il patrimonio naturale che conserva?
Tutti i musei di storia naturale condividono la funzione di raccontare la storia del territorio e della ricerca scientifica, ma il Museo di Storia Naturale di Venezia porta con sé una responsabilità ancora maggiore, perché rappresenta una parte fondamentale della storia della ricerca scientifica, a livello nazionale e internazionale.
Stiamo parlando di un’area che gravitava intorno all’Università di Padova, in particolare la facoltà di medicina, che fu creata anche per rispondere ai problemi di salute che emergevano in una città cosmopolita come Venezia, crocevia del commercio mondiale, in cui arrivavano spezie e piante medicinali da tutto il mondo. Questo traffico commerciale richiedeva uno studio botanico approfondito per distinguere i vari tipi di piante, difficilmente riconoscibili una volta secche. Questo contesto internazionale diede un forte impulso alla nascita dell’Università di Padova e in particolare dell’Orto Botanico, dove si formarono importantissimi naturalisti e botanici che cominciarono a operare anche negli orti botanici veneziani. Questi giardini, disseminati per la città, erano fondamentali per mantenere le piante fresche, necessarie alla farmacopea veneziana, una delle più rinomate al mondo. Venezia, inoltre, ha sempre avuto un ruolo pionieristico nel campo della tecnologia, poiché, per una città nata in un territorio così difficile e delicato come la laguna, la tecnologia era ciò che ti permetteva di sopravvivere. Alcune delle innovazioni tecnologiche fondamentali inventate a Venezia furono il sistema ingegneristico di deviazioni fluviali, la cantieristica, ma anche la prima fabbrica in serie, con sede all’Arsenale, in cui la catena di montaggio era così efficiente da essere citata persino da Dante nella Divina Commedia.
A Venezia e Chioggia, poi, tra il XVIII e il XIX secolo, si sviluppò una delle scuole di biologia marina più attive e prestigiose del mondo. Venezia, quindi, è stata la patria della scienza, della tecnologia e della ricerca ed è compito del Museo tramandare questa conoscenza, testimoniata oggi dalle collezioni del Museo di Storia Naturale. Il Museo conserva nella sua Biblioteca, oltre che i reperti, anche i fondi archivistici e i manoscritti di naturalisti veneziani che hanno scritto la storia delle ricerche naturalistiche in svariati campi, come botanica, algologia, zoologia, biologia marina e tante altre. Dunque, abbiamo una responsabilità enorme, poiché raccontiamo una storia, quella della ricerca scientifica a Venezia e delle trasformazioni che sono avvenute in questo territorio. La trasformazione del territorio lagunare è una delle storie più affascinanti e meno conosciute. Ad esempio, la piroga monoxila medievale conservata nel Museo testimonia un’epoca in cui, accanto ai palazzi del Dogado, esistevano ancora comunità che andava in giro con canoe scavate a fuoco, ma soprattutto testimonia la presenza di foreste di querce alte trenta metri. Questa piroga non è solo un reperto, ma la testimonianza tangibile della trasformazione del territorio di Venezia. Il museo ha dunque il compito di raccontare questa storia unica, una storia di coevoluzione tra Venezia e il suo ambiente, fatta di trasformazioni, innovazioni e scoperte. Il nostro obiettivo quindi è preservare e condividere questo patrimonio, affinché non venga dimenticato.

Ha già in parte risposto alla domanda successiva, ovvero qual è il ruolo del Museo nella conservazione della biodiversità locale e nella promozione della sostenibilità, specialmente in una città così delicata come Venezia?
A tutto quello che è già stato detto si somma la necessità di creare consapevolezza. Esiste un problema significativo legato all’educazione: è fondamentale far comprendere la specificità e l’importanza cruciale della laguna di Venezia e del nostro territorio. Questo richiede un discorso più ampio sulla biodiversità, che può essere davvero compreso solo attraverso un’educazione scientifica mirata. Purtroppo, ci scontriamo con una diffusa disinformazione e una grave ignoranza scientifica. Di fronte ai cambiamenti globali in atto, è essenziale lavorare sulla capacità delle persone di comprendere che non possiamo più permetterci determinati comportamenti. Nei sistemi democratici, l’unico vero motore del cambiamento è la pressione dei cittadini, i quali devono essere consapevoli della sempre più pressante necessità di trasformare il nostro modo di vivere. A questo si aggiunge il problema dell’analfabetismo scientifico, che è forse ancora più grave dell’analfabetismo generale. Questo fenomeno è trasversale, interessa tutti i livelli della società, ed è amplificato da una concezione tipicamente italiana che considera la cultura quasi esclusivamente sotto un profilo umanistico. Questa lacuna nella cultura scientifica ha conseguenze gravi, poiché impedisce alle persone di essere realmente consapevoli delle sfide che stiamo affrontando. Come museo scientifico, sentiamo una grande responsabilità nell’affrontare queste tematiche e cerchiamo di raggiungere la cittadinanza attraverso un processo di educazione permanente che coinvolga tutte le fasce d’età: bambini, ragazzi, adulti e anziani. Senza queste opportunità di apprendimento continuo, perdiamo la possibilità di sensibilizzare gli adulti, che sono coloro che influenzano le decisioni sociali attraverso il diritto di voto. In una società in continua evoluzione, i cambiamenti sono tanti e tali che non possiamo permetterci che il Museo non assuma un ruolo guida nella diffusione dell’educazione scientifica. La responsabilità è enorme e sarebbe necessario investire molto di più in attività educative, come laboratori, conferenze, mostre ed eventi che possano coinvolgere tutti gli strati della comunità.
Il Museo di Storia Naturale è sempre stato un museo naturalistico, che parla di natura, tuttavia consapevoli del nostro ruolo come unico museo scientifico della città e dell’importanza di alcuni temi, abbiamo sentito il bisogno di organizzare alcune giornate dedicate alla Fisica e ai suoi diversi campi di applicazione, dall’energia alla medicina, coinvolgendo specialisti del settore, consapevoli dei nostri limiti. Ciò che abbiamo riscontrato da questa iniziativa è che entrambe le giornate hanno avuto un grande successo, dimostrando che le persone hanno un forte desiderio di comprendere temi che magari non avevano mai approfondito, ma che avevano sempre suscitato la loro curiosità. Attraverso queste attività laboratoriali, siamo riusciti anche a ridurre la distanza fra la tecnologia, chi fa scienza e ricerca e il cittadino medio. Questo è un risultato significativo, poiché ridurre questa distanza è fondamentale per cercare di diffondere il più possibile la cultura scientifica e per creare consapevolezza nelle persone.

Il Museo di Storia Naturale, più di altri, è legato profondamente al suo territorio e ai suoi cittadini. Lei ha detto: “Il Museo è un luogo dove si va da bambini, da adolescenti e poi da adulti, magari con i propri figli”. Come si pone quindi il Museo in particolare per la cittadinanza veneziana?
Il Museo di Storia Naturale di Venezia ha sempre avuto una forte vocazione didattica, dedicandosi in particolare ai bambini e ai ragazzi. Questo approccio si basa sul concetto di biofilia, ossia quella naturale attrazione, soprattutto nei più piccoli, verso l’ambiente, la natura e gli animali. Proprio per questo motivo, il Museo era spesso la prima scelta delle insegnanti per le gite scolastiche e anche io l’ho visitato per la prima volta da bambino. Ricordo ancora le domande che feci sullo squalo bianco. Ancora oggi è così: le persone ricordano con affetto le visite fatte da bambini, per poi tornare con i propri figli e, più avanti, con i nipoti. In questo modo, il Museo accompagna le persone attraverso tre fasi della vita, tramandando di generazione in generazione l’esperienza museale e diventando un punto di riferimento per la comunità veneziana.

In passato, ci sono stati progetti o collaborazioni che hanno portato alla luce scoperte di particolare rilievo? E quali saranno le collaborazioni in futuro?
Di collaborazioni ce ne saranno sempre di più perché, grazie allo sviluppo della genetica, i musei di storia naturale hanno acquisito un nuovo livello di importanza. Un tempo considerati semplicemente depositi di testimonianze fisiche del territorio e delle sue trasformazioni, oggi questi musei rivestono un ruolo cruciale per la ricerca scientifica, in particolare quelli che conservano collezioni storiche. Grazie allo studio della genetica, infatti, è possibile trarre dagli esemplari una serie di ulteriori informazioni che prima erano impensabili. Questi studi forniscono dati preziosi sulle popolazioni e sulla loro evoluzione, sulle distanze tra specie, sui tempi di adattamento e sulle trasformazioni ambientali. Collaborazioni passate, ce ne sono state diverse e molto importanti, ma una in particolare che voglio citare è quella che è stata pubblicata su Plos One, rinomata rivista scientifica che pubblica ricerche riguardanti tutte le discipline di ambito scientifico. Il Professor Garbelotto dell’Università della California – Berkeley, esperto nello studio dei funghi patogeni delle piante, ha sequenziato geneticamente l’intera collezione micologica del Museo, che è una delle più complete a livello Europeo. Questo processo, noto come “barcoding genetico”, ha consentito di codificare, in un codice a barre, le sequenze genetiche delle specie presenti nella collezione in un formato facilmente consultabile e accessibile online. Il progetto ha avuto un’importanza strategica, poiché i funghi patogeni rappresentano una seria minaccia per l’agricoltura a livello globale. Gli Stati Uniti, particolarmente attenti a questo settore, hanno finanziato la ricerca, riconoscendo il valore di questa banca dati per identificare e monitorare patogeni che possono diffondersi rapidamente in tutto il mondo grazie alla resistenza delle spore fungine. Migliaia di campioni della collezione sono stati preparati e spediti per il sequenziamento e il risultato è stato eccezionale: la collezione micologica è diventata la prima collezione museale al mondo completamente sequenziata e resa disponibile online. In questo modo, ricercatori di qualsiasi parte del mondo possono semplicemente sequenziare con lo stesso apparecchio un qualsiasi fungo, fare il barcoding e con un lettore a codice a barre vedere se il fungo analizzato è presente nella collezione del Museo e quindi identificare qual è. Questa è stata una collaborazione a livello internazionale di assoluto prestigio di cui siamo molto fieri ed è proprio un esempio tangibile della valorizzazione di una collezione di importanza assoluta che abbiamo nel Museo.

Infine qualche curiosità: quali sono gli oggetti più rari conservati in collezione e quale storia ci raccontano?
Tra i numerosi pezzi di rilievo presenti nel Museo, spiccano l’Ouranosaurus nigeriensis, un olotipo (l’esemplare di riferimento per quella specie), e il Sarcosuchus imperator, entrambi scoperti durante la spedizione di Giancarlo Ligabue. Altrettanto straordinari sono i reperti della collezione africana di Giovanni Miani, un insieme di oggetti di eccezionale valore storico e culturale. Ognuno di questi pezzi è accompagnato da una storia incredibile, tanto affascinante quanto quella dell’esploratore che li donò al Museo. Nei diari di Miani, infatti, si trovano le cronache del suo straordinario viaggio, che lo portò, nel 1860, a spingersi fino alle sorgenti inesplorate del Nilo, diventando il primo europeo a raggiungere l’attuale Uganda. Leggere la sua storia significa immergersi nei suoi diari, vedere con occhi nuovi la sua collezione e capire l’importanza del suo viaggio e dell’impresa che egli ha compiuto.

C’è qualche aneddoto con cui vorrebbe concludere questa intervista?
Ti racconto un aneddoto che è successo un pò di tempo fa. Un giorno la polizia si presenta con una scatola di scarpe con dentro un serpente, vivo. L’avevano recuperato nella vasca da bagno di una signora che aveva come vicino di casa al piano superiore un ragazzo che allevava serpenti. La polizia ci aveva portato il rettile per sapere se fosse velenoso oppure no. Se così fosse stato si sarebbe configurato un reato penale per abbandono di animale pericoloso. In sostanza dovevamo fare una perizia. Apriamo la scatola e ci troviamo davanti questo serpente vivo e, comprensibilmente, piuttosto arrabbiato. Chiediamo al poliziotto se fosse indispensabile mantenerlo in vita. Lui ci domanda il perché e spieghiamo che per determinare se un serpente è velenoso bisogna esaminarlo attentamente, contare le squame sulla testa, osservare alcune caratteristiche da molto vicino, e per farlo in sicurezza sarebbe stato utile sedarlo. Il poliziotto ci conferma che l’animale doveva rimanere vivo, perché nel caso fosse stato velenoso e il serpente fosse morto, il legittimo proprietario poteva anche sporgere denuncia e avviare una causa.
Era ormai tardi, così decidiamo di occuparcene il giorno seguente, posizionando il serpente in un terrario ben chiuso. La mattina seguente torniamo in ufficio, andiamo a controllare nel terrario e il serpente non c’era più, era scappato. Iniziamo quindi a cercarlo in tutto il Museo, negli uffici, in qualsiasi stanza, ovunque. Nel frattempo, la polizia continuava a chiamarci, impaziente di sapere se il rettile fosse velenoso o meno. Abbiamo cercato dappertutto ma il serpente proprio non si trovava tanto che l’abbiamo soprannominato “Papillon”, in onore del famoso film con Steve McQueen, perché il rettile in questione aveva un’abilità di fuga davvero impressionante. Alla fine, dopo giorni di ricerca e con la polizia che ci tallonava, siamo stati costretti ad ammettere che il serpente era scappato di nuovo. Tutto questo è successo in inverno. Passano i mesi e arriva l’estate. In quel periodo avevamo la piroga di Giancarlo Ligabue giù in cortile. Un giorno, una delle signore delle pulizie ci avvisa di aver trovato un serpente all’interno della piroga. Andiamo a controllare e, acciambellato lì dentro, c’era proprio Papillon, che purtroppo era morto, probabilmente a causa del freddo dell’inverno, in quanto si trattava di una specie tropicale che non sopporta le temperature rigide. Da allora, ogni volta che arrivano animali vivi al Museo, prendiamo subito tutte le precauzioni necessarie per evitare fughe. Questo episodio, oltre a essere un aneddoto colorito, sottolinea un altro dei compiti del Museo, ovvero quello di identificare, grazie agli esperti che ci lavorano, le specie che si possono incontrare nei contesti più insoliti, che spesso provengono da posti molto lontani, le famose “specie alloctone”. Ma questa è un’altra storia…

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