Riflesso

di Ludovica Lancini

Mi guardo allo specchio, incrocio il mio sguardo. Osservo gli occhi e il loro colore indefinito. Il grigio si fonde con un verde spento, mal abbinato al viola delle occhiaie sempre più profonde e scavate. Quei maledetti occhi. Il primo dettaglio che gli estranei notano quando il loro sguardo si posa su di me, quando sento quel brivido di paura che striscia lungo la spina dorsale e si sofferma su ogni vertebra, annodandosi poi alla nuca, dove si mette comodo e assume le sembianze di un nauseante fastidio alla testa. 

Uscire di casa è diventato difficile. Ogni volta che oso percorrerle, le strade si avvinghiano attorno al mio corpo come artigli, perforandomi i polmoni. Ma nemmeno chiudere a quattro mandate la porta blindata ha migliorato la situazione. Nelle crepe scrostate agli angoli del corridoio si annidano nuovi sguardi, pronti a ghermirmi ogni volta che lo attraverso correndo, mentre fuggo dalle iridi nere che non si stancano mai di accarezzarmi la schiena. 

Li sento, dietro di me, quegli occhi che mi fissano continuamente e che non riesco a incrociare, quei passi che continuano a rimbombare sul mio cammino, che mi chiudono in trappola. Un intero corteo di persone che va a ritmo del mio cuore, che mi pulsa nelle tempie, fondendosi con il terrore che mi segue anche quando mi nascondo dietro le porte, in quelle piccole zone buie in cui mi appiattisco fino a scomparire. Sono lì. Sono sempre lì. Mi seguono, respirano l’aria a me destinata e mi uccidono lentamente.

Esco. Arranco, senza fermarmi. 

Sangue. Sulle pareti, sul selciato fuori dalla soglia di casa. Macchie che nessuna pioggia, nessuna tempesta sarà in grado di cancellare. E intorno risate, bocche che si muovono all’unisono, che si prendono gioco di me e del mio ennesimo tentativo di fuga. Mani che stringono oggetti invisibili. Menzogne ben confezionate. 

Un vicolo stretto. Un respiro trattenuto. Poi una voce flebile, troppo vicina per essere frutto della mia fantasia. Non distinguo le parole, sento suoni confusi provenire dal buio, un sussurro che presto si trasforma in un urlo acuto. Il cuore rimbomba, si divincola imprigionato dalle costole, è pronto a esplodere. Ma questa volta il dolore non è un segnale di pericolo, è un messaggio. Una lingua che racconta quell’unica verità che non sono pronta ad ascoltare. Ad accogliere dentro di me.

La mente si schiarisce per un attimo. Non ho bisogno di un nome per sapere di chi si tratta. Lo capisco dal vuoto che lascia dietro di sé, dal silenzio che riempie le assenze e che si è trasformato in un rumore continuo, che mi invade le orecchie. Fino a quando non deciderò che, forse, per me, è tempo di chiudere gli occhi. Di dimenticare. Di raggiungere la verità nascosta dietro la morte. Il silenzio. Quel silenzio che ha deciso di abbandonarmi, di percorrere una strada diversa dalla mia. Un tremito deciso mi scorre lungo le dita.

Chiudo gli occhi.

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