SPICCHIO DI LUNA

di Isabel Musoni

È notte fonda ed intorno a me tutto tace.
L’unico suono che riesco a sentire è quello dei battiti del mio cuore, che tuonano nelle mie orecchie come se fossi nel mezzo di una tempesta. 
La foresta è stata inghiottita dall’ombra già da qualche ora ormai e l’unica luce che mi permette di orientarmi attraverso la fitta vegetazione è quella della luna e delle stelle, che decorano il manto nero del cielo con il loro bagliore. 
Chiudo gli occhi e cerco di controllare il mio respiro, sentendo l’aria invernale che penetra nei miei polmoni. A poco a poco i battiti iniziano a rallentare, dandomi una sensazione di calma apparente e mi guardo attorno evitando di fare il minimo rumore per non essere scoperto.
Eppure la giornata era iniziata nel migliore dei modi. 
Quella mattina il sole splendeva nel cielo mentre correvo attraverso la radura insieme ai miei amici, come ogni altro giorno. 
Adoravamo giocare immersi nell’erba fitta, utilizzando quel largo terreno come se fosse il nostro territorio. Mamma mi aveva avvertito diverse volte dicendo che era rischioso girovagare per la radura e che sarebbe stato più sicuro giocare in mezzo al bosco, dove sarebbe stato più facile nascondersi tra gli alberi in caso di pericolo, ma non capivo per quale motivo si preoccupasse tanto. Non ero mai finito nei guai prima d’ora, e nemmeno i miei amici temevano che potesse succedere qualcosa.
Mi sentivo libero quando consumavo le mie energie per correre lungo la radura, ed una giornata come quella di oggi sembrava perfetta per giocare fino allo sfinimento. 
In quel momento non avrei mai creduto che tutto si potesse trasformare in un incubo, ma bastò un solo tuono per interrompere la quiete che ci circondava. 
Guardai in alto, aspettandomi di vedere delle nubi minacciose coprire il cielo in vista di una tempesta, ma era ancora limpido ed il sole continuava ad illuminarci. 
Mi guardai attorno confuso, incerto su cosa stesse succedendo, quando un altro tuono spezzò il silenzio, mandando in frantumi la roccia al mio fianco. 
I miei amici reagirono prima di me, correndo via dal prato per dirigersi verso il fitto bosco che lo delimitava, nel tentativo di nascondersi prima che fosse troppo tardi. 
Cercai di sbloccare il mio corpo per poterli raggiungere senza rimanere indietro, ma non rispondeva.
Il rumore assordante di un altro scoppio risuonò nell’aria e, questa volta, il mio esile corpo venne spinto a terra con violenza. 
Aprii gli occhi immediatamente, sentendo la necessità di dovermi rialzare a qualsiasi costo, e mi rimisi in piedi ignorando il dolore pungente al fianco, che ora era colorato di rosso carminio. 
Iniziai a correre stringendo i denti verso il bosco all’interno del quale i miei amici erano svaniti, sperando che i tuoni sarebbero cessati presto, e scorsi in lontananza un’ombra minacciosa.
Quello era il pericolo di cui mamma mi aveva parlato. 
L’adrenalina prese il controllo del mio corpo e, aumentando di velocità, mi addentrai nella selva sentendo il cuore in gola.
Non sapevo dove quella strada mi avrebbe portato, ma continuai a correre attraverso la vegetazione trascurando il bruciore che tanto movimento stava causando ai miei muscoli. 
I grandi cespugli ostacolavano la via e le foglie secche sul terreno scrocchiavano ad ogni mio passo.
Nonostante volessi allontanarmi sempre di più dalla radura, il dolore mi obbligò a fermarmi per riprendere fiato e, quando i miei muscoli cedettero, fui costretto a sedermi di colpo a terra. 
Avevo paura. Temevo di non poter ritrovare i miei amici, la mia famiglia; temevo di aver perso la via di casa. Avevo paura che quell’ombra potesse raggiungermi e farmi ancora del male.
Mentre questi pensieri vagavano per la mia mente, mi rannicchiai, lasciando che la stanchezza avesse la meglio, e chiusi gli occhi per cercare di dormire.
Così mi sono ritrovato da solo in mezzo alla foresta e, nonostante amassi passeggiare al suo interno, ora ho paura. 
Nessuna notte è mai stata così fredda e tetra prima d’ora, nemmeno le notti invernali nelle quali per dormire senza patire il freddo ci proteggiamo tutti insieme nelle caverne.
Mi alzo dal terreno umido, cercando di non sforzare il fianco ferito, e mi incammino nuovamente per la selva a piccoli passi. 
Qualche volta mi fermo, sentendo rumori sospetti che mi fanno rabbrividire, ma poi riprendo e proseguo nel mio cammino, deciso a ritrovare qualcosa di familiare. 
Abbassando gli occhi a terra, cerco disperatamente una traccia ma il tempo passa ed intorno a me nulla mi indica la via di casa. 
Sono sul punto di arrendermi ed accasciarmi a terra abbattuto quando, in lontananza, qualcosa attira la mia attenzione.
Mi avvicino zoppicando e noto delle impronte sul fango. 
Nel momento in cui il mio naso tocca il suolo, riconosco l’odore di casa e per un’istante mi paralizzo dall’emozione. 
Mi affretto lungo la via, seguendo le tracce nel suolo, e mi dimentico del dolore che ho provato fino a questo momento, quando intravedo in lontananza i miei amici, circondati dal resto del branco. 
Ricomincio a correre, impaziente di raggiungerli, e sento il vento freddo scompigliare il manto grigio che mi ricopre. 
Le mie zampe tremano, ma riesco comunque a riunirmi con il resto della famiglia, che mi circonda e mi accoglie felice di vedermi. 
L’odore di casa mi avvolge e con un ultimo sforzo porto il muso verso il cielo, venendo imitato dal resto del branco che, insieme a me, ulula alla luna.

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