di Ludovica Lancini
Abbiamo intervistato Ilaria e Zoltán, due maestri di Forró, i primi a portare questa danza in territorio veneziano. Entrambi si sottraggono volentieri all’etichetta di insegnanti, pur incarnandola pienamente nel loro percorso, che sta rivelando una sorprendente efficacia. La conversazione, leggera eppure profonda, si è intrecciata con riflessioni che vanno ben oltre la danza stessa, esplorando i significati nascosti che essa racchiude. Con storie di vita e percorsi molto diversi, Ilaria e Zoltán hanno aperto le porte dei loro mondi, svelando una storia di amicizia e di rispetto reciproco, che si nutre della fiducia e che trova la sua espressione più autentica proprio nel movimento.

Come nasce Forró a Venezia, qual è la storia di questa danza e cosa la rende speciale?
Ilaria: Il Forró è sia un genere musicale che un ballo di coppia nato nel nord-est del Brasile, diventato popolare nella seconda metà del Novecento. Il significato della parola “Forró” è un po’ misterioso, ma si pensa voglia dire guazzabuglio, perché questa musica porta con sé un senso di confusione, energia e dinamica popolare.
Per quanto riguarda Forró Venezia, è una storia che mi tocca particolarmente. Ho scoperto il Forró nel 2015 in Portogallo e, anche se ci ho vissuto solo tre mesi, è stato amore folle! Tornata in Italia, avevo il Forró in testa, ma non c’era nessuno con cui ballarlo, così ho iniziato a viaggiare per festival in Europa. Per anni ho provato a trovare qualcuno con cui ballare, poi mi sono detta: se quello che cerco non esiste qui, perché non crearlo?
E così è iniziato tutto in modo spontaneo. Ho invitato qualche insegnante, tra cui Fabrizio, che nel marzo 2023 ha dato una spinta incredibile al progetto, portando energia e creando un’atmosfera perfetta. Non dimentico nemmeno chi ha reso possibile tutto questo: Martina (Forró Torino), che ci ha aiutato a strutturare il corso, Valentina (Forró Padova), con cui abbiamo condiviso l’adrenalina di avviare qualcosa di nuovo, e ovviamente Zoltán, senza il quale oggi non mi immaginerei questa esperienza veneziana.
Come siete arrivati al Forró e cosa vi ha spinto a praticarlo e poi a insegnarlo?
Ilaria: Per me, insegnare è semplicemente una conseguenza. Non mi sento affatto un’insegnante di Forró, ma una persona che ha voglia di ballare, praticare e condividere qualcosa che mi è stato trasmesso e che mi ha segnato profondamente. Più che l’insegnamento in sé, quello che mi interessa è diffondere il Forró e creare un ambiente in cui possa crescere.
Zoltán: Tutto è iniziato con il primo workshop con Fabrizio, di cui parlava anche Ilaria. All’inizio ero scettico, pensavo che il Forró fosse qualcosa di troppo “latino” per me. Poi però ho provato, e mi è piaciuto tantissimo! Ho capito che non era come la salsa, che non riuscivo a immaginarmi di ballare, ma aveva uno stile diverso, una musica che mi ha subito coinvolto.
Tra il primo e il secondo workshop c’è stato un momento di dubbi: Vale la pena continuare? Ha senso provare se non sappiamo come andare avanti? Ma dopo il secondo incontro è stato chiaro: volevo davvero far parte di questo progetto.
Per quanto riguarda l’insegnamento, ho iniziato solo quest’anno in modo più serio, ma come dice Ilaria, non mi sento un insegnante. Voglio solo che il Forró esista qui, poter ballare e uscire con sempre più persone. Perché quando balli con chi conosce il Forró, diventa tutto più bello, più divertente. Alla fine, se vogliamo che questa cosa cresca, dobbiamo portarla avanti noi.
Come è cresciuta la comunità a Venezia?

Ilaria: La nostra è una comunità giovanissima, ancora agli albori. Ne parliamo spesso con Martina di Forró Torino, che ci dice quanto sia difficile costruire un vero gruppo, creare senso di comunità e farlo crescere. E in effetti, è qualcosa che stiamo sperimentando anche noi.
Ma non voglio dare un’idea negativa, anzi! Io sono felicissima perché, nonostante non sia un corso di danza strutturato in una sede ufficiale, si è formato un gruppo di persone che amano stare insieme e condividere momenti di festa. E vedere che chi ha iniziato a ballare con noi poi coinvolge amici e conoscenti è la conferma che stiamo costruendo qualcosa di bello.
Zoltán: È normale che ci sia una certa fluttuazione. C’è chi prova, rimane per un po’, poi capisce se è il suo mondo o se vuole dedicarsi ad altro. Ma chi si appassiona davvero resta e contribuisce, proponendo modi per far crescere la comunità.
Ilaria: Sì, le persone arrivano, ed è proprio il senso di comunità che porta a voler contribuire. Quando ci si sente bene in un gruppo, si percepisce il bisogno di farlo crescere e si capisce che c’è spazio per tutti, allora nasce spontaneamente il desiderio di esprimersi e partecipare.
Avete nominato più volte Padova e Torino. Che contatti avete in Veneto e in Italia in generale? E con l’estero?
Ilaria: La cosa bella del Forró e delle sue comunità è che sono molto connesse tra loro. Non è che tutti i mesi ci spostiamo tra Bologna, Roma o Torino, ma ci conosciamo. Ad esempio, so chi organizza il Forró a Roma, Bologna, Torino, Padova, Milano, Siracusa, Bolzano… e così via. E capita spesso che, se un brasiliano arriva a Venezia, qualcuno mi chiami per chiedermi: Ilaria, potresti ospitarlo? Guarda se ha voglia di ballare! Questo è il bello di questa rete: anche se non ci si vede spesso, si sa di poter contare l’uno sull’altro.
Zoltán: Vale lo stesso a livello internazionale. Quando torno in Ungheria per un po’ di tempo, so già dove trovare i corsi e le serate di ballo libero. In futuro sarebbe bello creare collaborazioni anche con loro, ma già adesso è chiaro quanto queste comunità siano aperte e accoglienti.
Come strutturate il corso? Seguite un metodo particolare?
Ilaria: Probabilmente questa è la dimostrazione del fatto che non sono un’insegnante di Forró nel senso classico! (ride) Come metodo, noi seguiamo il metodo di Torino, attraverso Martina, che ci aiuta nella formazione. È un metodo preciso, nel senso che quello che insegniamo non è un Forró solo per divertirsi, ma un modo di ballare che permette di sentirsi veramente bene e a proprio agio con il partner. Lavoriamo molto sulla postura, sulla fisicità, ma anche sulla comodità emotiva. Il Forró è una danza di coppia e per noi è importante insegnare non solo i passi, ma anche la sensazione di stare bene insieme. Si lavora molto sull’abbraccio, sulla capacità di essere agili e rilassati, sulla sintonia tra i ballerini.
Un altro aspetto su cui cerchiamo di concentrarci è il concetto di ballo inclusivo: non importa con chi balliamo. Promuoviamo molto l’idea di ballare con chiunque, in un’atmosfera libera e aperta. Il Forró è come una conversazione: ci si capisce senza parole, attraverso il corpo. Penso che sia un argomento molto complesso, che si possa sempre approfondire. Personalmente, mi piace sentirmi sullo stesso livello degli studenti, ascoltare le loro impressioni, capire come si sentono e rendere l’apprendimento un’esperienza condivisa.
Zoltán: Abbiamo discusso molto su come costruire il corso, su quale approccio didattico scegliere. Abbiamo preferito procedere lentamente, per far sì che ogni passo venga interiorizzato in modo corretto. Crediamo che sia importante imparare bene una cosa alla volta, costruendo una base solida, per poi poter ballare in modo più tranquillo e, di consegguenza, divertirsi.
Che tipo di partecipazione vedete tra gli studenti? Curiosità, timidezza, entusiasmo?
Ilaria: È difficile da descrivere, perché ogni persona reagisce in modo diverso, ma ho notato una cosa: molti fanno fatica all’inizio a sentirsi a proprio agio nel ballo di coppia. È un aspetto che trovo interessante, perché per me è sempre stato naturale e non ricordo di aver mai provato disagio.
Per questo motivo, trovo molto bello vedere come, lezione dopo lezione, gli studenti iniziano a rilassarsi, a sciogliersi, fino a entrare nella dinamica del ballo. Spesso chi arriva lo fa con molta curiosità, soprattutto perché il Forró è una danza poco conosciuta e non ha la stessa notorietà della salsa o del tango. Mi piace vedere la sorpresa negli occhi di chi prova per la prima volta e il cambiamento che avviene quando, dopo qualche lezione, si sente più libero e a proprio agio.
Pensate di riuscire a trasmettere la vostra passione?
Zoltán: Non so se riesco davvero a trasmettere la mia passione. Forse perché a volte mi concentro troppo sulla tecnica e mi dimentico di godermi il momento. Spero però che, quando balliamo con gli studenti, loro riescano a sentire l’energia e la bellezza di questa danza. Quello che mi rende felice è vedere che ci sono persone che, dopo poco tempo, iniziano a partecipare alle serate di Forró anche da sole, senza bisogno di essere accompagnate da qualcuno. Per me questo è un segnale chiaro che hanno percepito la bellezza di questa comunità e il valore del ballo.
Cosa vi affascina di più del Forró?
Ilaria: Per me il Forró è un linguaggio. È una conversazione fatta di movimenti, in cui due persone si parlano senza bisogno di parole. Di solito si pensa che nel ballo ci sia chi guida e chi segue, in modo passivo, ma in realtà non è così. Trovo affascinante come piccoli gesti possano creare connessioni profonde tra due persone. È qualcosa che mi appartiene e che mi fa sentire bene, come un modo di esprimermi.
Zoltán: Esattamente. Per me il fascino del Forró sta nella libertà che offre, sia nel ballo che nella comunità. Ognuno può sperimentare, cambiare ruolo, vivere il ballo come preferisce. Mi piace che non ci siano giudizi: se voglio ballare da follower, nessuno mi guarda male, anzi! Magari qualcun altro si incuriosisce e vuole provare anche lui. È una libertà che non avevo mai visto in altre danze e che mi ha sorpreso in modo positivo.
Torino è un punto di riferimento per voi. Che rapporto avete con la comunità e il festival?
Ilaria: Torino per noi è stata, ed è, fondamentale. È come se fosse la nostra mamma nel mondo del Forró! Ci ha aiutati a crescere e a capire tanti aspetti, dall’insegnamento al senso di comunità. Martina è una persona speciale, sempre disponibile e piena di energia, ed è bello sentire che in qualche modo fa parte anche della nostra comunità veneziana, perché ha contribuito alla sua crescita.
Il Festival di Torino è una delle esperienze più belle. L’anno scorso mi sembrava di essere in Brasile, l’atmosfera era incredibile, c’erano persone da tutta Europa, e ovviamente tanti brasiliani. È stata un’esperienza che mi ha fatto sentire parte di qualcosa di più grande.
Zoltán: L’anno scorso era la prima volta che partecipavo a un festival e all’inizio non sapevo cosa aspettarmi. Tutti mi dicevano: devi andarci, è un’esperienza unica! Così ci sono andato e mi sono trovato in mezzo a 300 persone aperte, gentili, sorridenti, pronte a ballare con chiunque. Ho capito cosa significa davvero la comunità del Forró. Prima ne sentivo parlare, ma vederla e viverla di persona è stato un altro livello.
Ilaria: Per me l’anno scorso è stato speciale perché, per la prima volta, sono andata al festival con un gruppo partito da Venezia e Padova. Dopo anni passati a viaggiare da sola per festival, questa cosa mi ha emozionato. È un sogno vedere che sta nascendo una comunità anche qui, e che ora ci sono persone con cui posso condividere questa passione.
Avete mai organizzato workshop sul contatto? Come funzionano e cosa si scopre partecipando?
Ilaria: In realtà, i workshop sul contatto non li abbiamo mai organizzati direttamente, ma abbiamo partecipato a quelli di Valentina di Forró Padova. È un tipo di esperienza molto interessante perché aiuta a capire meglio il senso del contatto nella danza.
Il contatto fisico può sembrare scontato in un ballo di coppia, ma in realtà ognuno lo vive in modo diverso. Per alcune persone è naturale, per altre può essere una barriera da superare. Un workshop di questo tipo aiuta a prendere consapevolezza di come ci si sente nel ballo e di come il contatto influenzi la connessione con il partner.
Penso che in futuro potremmo organizzarne uno anche noi, ma serve preparazione. È un tema delicato, e bisogna trovare la giusta lente per affrontarlo.
Zoltán: Sì, esatto. È un aspetto che sembra semplice, ma non lo è affatto. Tutti pensano: è un ballo di coppia, è normale stare vicini e toccarsi, ma ognuno ha una percezione diversa del contatto.
Alcuni non si rendono conto che certi movimenti possono mettere a disagio il partner, e chi si sente a disagio magari non sa come comunicarlo. Un workshop sul contatto aiuta proprio in questo: a capire i propri confini, a esprimersi e a creare un’esperienza di ballo più armoniosa per entrambi.
Rimanendo in tema contatto. Per chi è incuriosito dal Forró ma teme il contatto fisico, avete consigli?
Zoltán: Il ballo e la musica sono un linguaggio, e il contatto in questo contesto è solo un mezzo per comunicare. Spesso le persone pensano al contatto in modo condizionato da esperienze esterne, ma nel Forró è semplicemente un punto di riferimento per muoversi insieme. Se si riesce a percepire in questo modo, diventa molto più naturale e spontaneo.
Ilaria: Molti all’inizio provano un certo disagio, e lo capisco. Però credo che sia una questione di abitudine e di contesto. Se si entra in una comunità in cui il contatto viene vissuto come qualcosa di normale, di rispettoso e privo di malizia, allora il corpo si abitua e tutto diventa più semplice.
Il consiglio che darei è ascoltarsi e non avere paura di esprimere come ci si sente. Nel momento in cui ci si sente a proprio agio, il ballo diventa un’esperienza bellissima e naturale, che non riuscirei a paragonare a nient’altro.
Ilaria, cosa ti ha spinto a passare da studentessa a guida? Cosa volevi trasmettere agli altri?
Sicuramente il bisogno di ballare con altre persone e la voglia di portare qualcosa di vivo in una città come Venezia, che da questo punto di vista non offre molte opportunità. Sentivo la necessità di creare un gruppo con cui condividere questa passione e allo stesso tempo trasmettere l’energia del Forró. È una danza che mi ha cambiato la vita e volevo vedere se anche sugli altri avrebbe potuto avere lo stesso effetto.
Venezia ha un forte senso di comunità, e mi piace l’idea di contribuire a creare qualcosa di nuovo. Certo, non è facile: trovare spazi è complicato, soprattutto qui dove c’è sempre il problema del rumore e delle restrizioni sugli eventi. Però credo che la città abbia un enorme potenziale e voglio continuare a provare.
Zoltán, com’è cambiato il tuo approccio da studente a guida? C’è qualcosa che hai scoperto o hai iniziato a vedere in modo diverso?
Zoltán: All’inizio, pensavo fosse difficile per Ilaria gestire il gruppo e spiegare i passi. Ora che lo faccio anch’io, capisco quanto sia complesso. Fortunatamente, lo facciamo insieme, perché a volte la stanchezza o altri imprevisti ti tolgono energia e concentrazione. Parlare mentre si balla è più difficile di quanto sembri. Già lo immaginavo, ma adesso ne sono più consapevole.
Ilaria: Sono d’accordo, ci sono tante cose che non avevo mai considerato, come scegliere la musica giusta per ogni esercizio. Non basta solo metterla, bisogna adattarla all’insegnamento.
Zoltán: Esatto, devo sempre pensare qualche passo avanti, come anticipare il momento della pausa. Un’altra cosa che ho notato è che ora ho più bisogno di ballare per divertirmi. Per esempio, quando partecipiamo alle feste vorrei riuscire a lasciarmi andare, ad uscire dalla responsabilità del “maestro” che deve sempre avere la situazione sotto controllo ed essere consapevole di ogni minimo movimento, a sentire di più e pensare di meno.
Qual è il futuro di Forró Venezia? Avete progetti o sogni da realizzare?

Ilaria: Venezia è una città incredibile, tutti vorrebbero venirci, quindi un giorno organizzeremo il Festival di Forró a Venezia! (ride) Magari quando io e Zoli avremo 50 anni, ma succederà!
Scherzi a parte, quello che vorremmo è che il Forró diventi sempre più diffuso e praticato qui. Per farlo servono spazi in cui poter ballare regolarmente. A Padova, ad esempio, ogni venerdì hanno un locale a disposizione, ed è un’occasione fondamentale per far crescere la comunità. A Venezia purtroppo non l’abbiamo ancora trovato, perché spesso si incontrano difficoltà burocratiche, problemi legati al rumore e alla mancanza di spazi adatti. Però vogliamo continuare a provarci e far crescere questa realtà.
Zoltán: Sì, quello che manca sono proprio luoghi fissi in cui poterci ritrovare. Se avessimo degli spazi più stabili, sarebbe più facile creare un punto di riferimento per chi vuole avvicinarsi al Forró. Venezia ha il potenziale per diventare una città di Forró, ma bisogna trovare le condizioni giuste per farlo crescere.
Ilaria: A volte cammino per Venezia e penso: se un giorno faremo il Festival di Forró qui, potremmo usare questo spazio per le lezioni, quest’altro per l’after-party… A parte i sogni, l’obiettivo concreto è quello di rendere il Forró un appuntamento stabile e conosciuto a Venezia, trovando il modo di praticarlo con regolarità e coinvolgendo sempre più persone.

