26 luglio

Scritto da Ludovica Lancini

Il 26 luglio decisi che non avrei più toccato cibo. Fu una scelta improvvisa, dietro la quale non si celava un motivo concreto né tantomeno una spiegazione logica, ma una necessità. L’idea di avvicinare alla bocca un cucchiaio colmo di zuppa o una forchetta con foglie di insalata incastrate tra i suoi rebbi mi disgustava. 

Mi svegliai accompagnata dal solito senso di nausea, che con lo scorrere dei minuti si intensificò, dilatandosi in uno spazio che non gli apparteneva. Dal giorno dell’esaurimento quel malessere mattutino mi segue come un’ombra, ma il 26 luglio la sua consistenza cambiò. Alla nausea si sommò un peculiare bruciore di stomaco, come se fiamme vere lo stessero lambendo. Un dolore costante, che rendeva intollerabile l’idea di introdurvi qualcosa. Un dolore che durò settimane, lasso di tempo in cui non una singola briciola di cibo si posò sulla mia lingua.

I primi giorni non mi accorsi delle conseguenze, l’infiammazione si diffondeva capillarmente, aumentando d’intensità. Quando si acquietò, nacque in me una sensazione di puro terrore all’idea di provare una sofferenza simile una seconda volta. Abbandonare il cibo, in quell’istante, mi sembrava l’unica scelta possibile. La fame iniziò a tormentarmi in poco tempo, ma il desiderio di nutrirmi restava inferiore alla certezza che quel male si sarebbe ripresentato non appena avessi avvicinato qualcosa di diverso dall’acqua alle labbra.

Iniziò così e, un pezzo alla volta, il sistema corporeo collassò. La quotidianità si trasformò in un viaggio nel perturbante che si cela sottopelle. Vene, muscoli e ossa cedettero, spezzandosi uno dopo l’altra. Le giornate si trasformarono in una cannibalizzazione del corpo, predatore di sé stesso e portata principale di uno stomaco famelico. Eppure non era paragonabile alle fiamme che avevo sentito il 26 luglio, un giorno che sembrava ormai appartenere a una vita precedente, l’ultimo guizzo di vitalità di un’esistenza allo stremo e a cui non appartengo più.

E così ciò che ero sempre stata prese una forma tangibile: un cumulo di vuoto, un buco nero nutrito da convinzioni distorte. Le pareti interne del corpo si tramutarono in un banchetto i cui commensali erano cellule che si divoravano a vicenda, in una danza macabra di cui percepivo le conseguenze. Non facevo altro che chiedermi perché la vita non potesse finire in quegli istanti, portando con sé l’agonia che aveva fatto da sfondo ai momenti precedenti e successivi alle fiamme. Era forse la manifestazione di un desiderio autodistruttivo? Il corpo che rispondeva al volere di una mente dissociata?

Il 26 luglio il mio corpo ha iniziato a marcire, diventando fonte di sostentamento per sé stesso e riducendosi a nient’altro che un involucro sbiadito. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *