Scritto da Ludovica Lancini
Apro gli occhi a fatica. Mi sento stordito. Non capisco se è colpa della luce abbagliante o di una violenta botta in testa presa poco prima di perdere i sensi. La seconda opzione non mi sembra così improbabile. Steso a terra, cerco di rimettere insieme i pensieri, di fare ordine nel fiume di parole che mi scorrono tra le pieghe della mente. Un volto sfocato e poco definito si fa largo tra i grovigli di immagini che non riesco a mettere a fuoco. Berenice. Un nome che significa “colei che porta la vittoria”. Non proprio di buon auspicio, mi trovo a pensare. Ero insieme a lei quando sono svenuto? Ricostruisco la linea temporale di quella giornata, tastando il terreno per raccogliere qualche indizio in più. È difficile, come se un velo si intromettesse tra me e quanto accaduto, nascondendo la verità, pur lasciandomene intravedere dei frammenti. Vedo e ricordo movimenti scattanti, fotografie dai bordi corrosi.
Berenice.
Mi alzo e provo a camminare, ma le gambe non reggono il mio peso. Una sensazione di panico si dirama dallo stomaco, che inizia a bruciarmi. Sento la bile salire acida per la gola. Cosa mi sta succedendo? Non riesco a riprendere il controllo di me stesso, mi sento come se avessi fumato ingenti quantità di oppio, ma fatico ad associare questo gesto al mio essere. E se mi avessero drogato? Berenice. L’unico ricordo fisso è questo nome. Il nome. Nient’altro.
Berenice.
Mi siedo a gambe incrociate, appoggio le braccia sulle ginocchia e chiudo di nuovo gli occhi. Faccio quattro respiri profondi, immaginando di disegnare un quadrato, un lato per ciascun respiro. Ripeto il gesto fino a quando una sensazione di tranquillità si diffonde nella mia mente, scacciando parte di quei rami neri che non mi permettevano di ricordare. Li elimino uno a uno, ma il velo rimane. Frammenti di voci, conversazioni e immagini emergono lentamente.
Berenice.
I miei ricordi sono chiari fino a quella che immagino essere la notte precedente, poi il buio. Sento i morsi della fame e della sete, ma sono ancora gestibili. Non deve essere passato molto tempo da quell’ultimo ricordo. Mi addentravo nella foresta che sorge ai bordi della città, camminando nei sentieri che ho percorso ogni giorno nell’ultimo decennio, da quando mio padre mi ha insegnato a cacciare. Mi piace muovermi durante la notte. C’è silenzio e quell’insieme di sensazioni che mi tolgono il respiro sembrano attenuarsi.
Berenice.
Apro gli occhi e mi guardo attorno, ma non riconosco le fronde degli alberi né i fiori illuminati dal sole. Non so dove sono. Chiudo di nuovo gli occhi e cerco di calmarmi con la tecnica del quadrato. È stata mia madre a insegnarmela, quando ha capito che, nonostante cercassi di nasconderlo in ogni modo, soffrivo della stessa malattia che attanaglia le sue viscere. Quella stessa malattia che l’ha spinta a togliersi la vita in questi boschi, ormai diversi anni fa. Non so darle un nome, e non posso parlarne con nessuno, in città. Specialmente con mio padre, che mi vede come l’ultimo elemento rimasto a cui poter dare l’immenso amore che si porta dentro.
Berenice.
Mi concentro sul nome. Gli spiragli di luce che hanno scacciato i rami neri che invadevano la mia anima cercano ora di strappare il velo che si cela sul fondo, quello che nasconde i ricordi delle ultime ore. Ripeto il nome di continuo, non so quanto tempo passi. Nel frattempo continuo a disegnare quadrati, rallentando il respiro di volta in volta. Il velo rimane intatto, non riesco a spostarlo. Berenice rimane solo un nome.
Il sole non è più alto nel cielo e ha iniziato la sua discesa verso il retro della montagna. Devo sbrigarmi a capire dove mi trovo prima che cali la notte. Non è il buio in sé a spaventarmi, ma la sensazione di non essere dove dovrei, di essere stato tratto in inganno e trascinato in luoghi sconosciuti. Ricordo vagamente la passeggiata nel bosco della notte prima, ma non di essere uscito dal solito sentiero. Se torno con la mente a quella sera, i ricordi si sfumano e il nome Berenice continua a risuonarmi nelle orecchie, gorgogliando sul fondo della gola.
Mentre mi sposto tra le fronde, porto alla mente le persone che conosco e ho conosciuto in questi quasi trent’anni di vita, ma non risulta esserci nessuna Berenice, nemmeno tra le persone che talvolta scaldano il mio letto durante la notte. Non mi suona in nessun modo, nemmeno come quel fastidioso prurito dietro la nuca quando qualcosa che sono sicuro di ricordare non riesce a tornarmi alla mente. Non ho mai sofferto di vuoti di memoria, non sono solito prendere grandi botte in testa o ubriacarmi fino a svenire. Eppure ora ho la sensazione che ci sia qualcosa che non va, qualcosa di fallace nel modo in cui penso, un nodo che non riesco a sciogliere.
Continuo a camminare, a spostare rami per farmi strada verso un sentiero che però non riesco a trovare. Gli ultimi raggi del sole filtrano tra le foglie, illuminando ben poco. Tra poco dovrò procedere a tentoni. Devo escogitare un piano, trovare un luogo riparato in cui passare la notte. Non posso essere andato troppo lontano, non è possibile in un tempo così breve. E devo trovare qualcosa da mangiare.
Mi rendo presto conto che anche il mio senso di sopravvivenza è completamente alterato da quel nome che continua a risuonarmi nella testa. Che sia stato drogato mi pare ora l’opzione più plausibile, ma da chi e perché non riesco proprio a capirlo. Così come non ho la minima idea di chi sia Berenice.
Mi è rimasta addosso una borsa di pelle con un coltello e della pietra focaia all’interno, presi da casa per la scorsa notte di caccia. Riesco ad accendere un piccolo fuoco in una radura e a consumare del coniglio. Sento i sensi alterati, e presto il sonno ha la meglio sul mio corpo.
Quando riapro gli occhi, il fuoco si è quasi spento. L’aria è densa, immobile. Tutto intorno a me sembra trattenere il respiro. Mi alzo lentamente. La luna è alta nel cielo, ma la luce che filtra tra gli alberi non è la sua. È più fredda, più viva. Un fruscio. Qualcosa mi osserva oltre la linea degli alberi, sento il suo sguardo penetrante osservarmi tra le ombre. Il mio cuore accelera. E prima che possa chiamarla, sento quel nome farsi strada da solo, come se non provenisse da me.
Berenice.
Poi, di nuovo, il buio.

