Cose che non sono dove dovrebbero essere

di Ludovica Lancini

Stamattina ho aperto gli occhi a fatica. Il sonno continuava a rapirmi e a gettare una nube sottile sulla mia mente, offuscandomi la vista. I pensieri hanno iniziato ad accavallarsi, ad accelerare sotto la patina di scuro a cui le palpebre semichiuse davano vita. 

Da sempre, ho abitato le vite altrui con lo sguardo, fino a dissolvermi nei loro gesti, nei loro passi. La mia esistenza si è fatta evanescente, scivolando via senza che riuscissi a trattenerla. Sono così estranea al mondo che persino nei sogni mi guardo da fuori. Sento ogni cosa sulla pelle, eppure vedo la scena da dietro un vetro. Sono una cinepresa che si muove tra le visioni della notte, registrando me stessa mentre le vivo. Fatico a ricordare i volti plasmati dal mio subconscio, ma so che uno è il mio. 

Ho iniziato a prestare attenzione ai dettagli solo di recente, quando ho preso l’abitudine di annotare gli incubi e le sensazioni che li accompagnano. Segno tutto, anche i particolari più insignificanti, anche se mi costa tempo e le tempie mi bruciano per la stanchezza. Spesso, al mattino, non ricordo nemmeno di averlo fatto. Ma basta aprire il quaderno per trovarli lì: appunti incerti, scritti con grafia sottile e affrettata. Sono la prova che tutto è accaduto davvero, che il mio corpo ha sentito la necessità di tradurre in parole le deformità che infestano le mie notti.

Sono rare le volte in cui ricordo i sogni. Quando succede, il risveglio è diverso. Niente vuoti, niente pensieri febbrili che svaniscono nell’oblio. Le sensazioni restano conficcate sotto la pelle come una colonia di minuscole formiche. Vivide, tangibili, ancora in movimento dentro di me. Immagini impresse su una vecchia pellicola. Non mi sento stropicciata come al solito, ma viva. Nelle vene scorre paura, una paura primordiale riassumibile in un pensiero: e se queste visioni non restassero confinate tra le ombre della notte? Se mi alzassi davvero e percorressi la distanza che mi separa dal parco abitato da strane creature umanoidi? 

Oggi non è uno di quei giorni, ma una strana inquietudine mi avvolge mentre mi tornano in mente immagini non completamente a fuoco, fatte di urla e strattoni. Mi accorgo di essere ricoperta di sudore gelido, scossa da violenti tremori. Il pavimento è freddo sotto i piedi nudi e la stanza è avvolta in una luce soffusa che sfuma il confine tra il sonno e la veglia. Mi trascino verso il bagno, lasciando una scia di torpore dietro di me. Lo specchio riflette un volto stanco, occhi cerchiati di occhiaie che sembrano prolungare l’oscurità da cui sono stata appena strappata. In un angolo, appoggiato sul bordo del lavandino, il mio diario dei sogni. Perché non è sul comodino?

Lo apro con un gesto meccanico e qualcosa attira la mia attenzione. Un dettaglio che non ricordavo. Una frase tracciata con mano tremante: “Non sei sola stanotte.” 

Un brivido mi attraversa la schiena. Sfioro la pagina con le dita, cercando di dare un senso a quelle parole. Il cuore batte più forte. Alzo lo sguardo e osservo il riflesso nello specchio. Per un istante, un’ombra sembra muoversi dietro di me. Mi giro di scatto. Nulla.

Eppure, la sensazione di essere osservata non si affievolisce. 

È come se la situazione si fosse improvvisamente ribaltata. Per un istante non sono più io a seguire la vita degli altri, annientando la mia. Non sono più una spettatrice inerme, ma l’attrice protagonista che ritrova la propria identità, anche a costo di scoprire che ciò che si cela nel profondo della propria anima è reale. Che quegli esseri esistono.

Stanotte non ero sola. E, forse, non lo sono nemmeno ora.

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