Campo Saffa, culla della vera Venezia

Di Laura Piatti

Nel sestiere di Cannaregio c’era una fabbrica di fiammiferi, la S.A.F.F.A. Era la più grande fabbrica di fiammiferi veneziana, attiva dal 1875 al 1950. Quando l’azienda decise di spostarsi a Marghera, i luoghi occupati dell’ormai ex fabbrica furono trasformati in un quartiere residenziale.

Ancora oggi, osservando la planimetria del complesso, si percepisce che era una fabbrica. Uno degli ingressi dello stabilimento è stato lasciato intatto, ed è stato conservato anche il camino di una ciminiera, come un altare, memore di una costruzione passata fondamentale per la progettazione del presente. 


L’ex Fabbrica Saffa oggi è un quartiere abitativo, realizzato in due diversi periodi storici (1981-1985 e 1998-2001) da Gregotti Associati. Il complesso edilizio si inserisce perfettamente nel tessuto urbano della laguna suggerendo, con un linguaggio formale e moderno, i ritmi, i tempi e i temi della tipologia residenziale veneziana. 

La struttura degli spazi comuni traduce gli elementi tradizionali, conosciuti come campi e calli, in nuovi modi di vivere lo spazio, seppur rimanendo fedele allo stile di vita lagunare:  i 200 appartamenti si diramano tra le calli e i cortili comuni diventano grandi campi. Per il colore si sceglie il mattone, ottenuto dall’intonaco “cocciopesto” e alternato a rifiniture in pietra d’Istria.

Vengono ri-progettate componenti architettoniche come le altane, i muri di perimetrazione dei giardini rasoterra, i sottoportici e le connessioni con l’acqua. Un curioso pozzo, collocato proprio in mezzo al campo, fa percepire la particolarità del luogo.

Con il progetto, Vittorio Gregotti ha ribadito il suo pensiero sull’urbanistica dell’isola. Venezia è piena di luoghi già costruiti. È una città in cui, in realtà, non servirebbe costruire nulla. Sono presenti però delle mutilazioni ed è lì che l’architettura decide di intervenire. Si ricostruisce partendo dal rattoppare le lacerazioni, utilizzando l’interesse collettivo come ago e filo, per rispettare i luoghi della città e crearne di nuovi per essa e per i suoi abitanti.

L’architetto, per restare fedele alla città, non progetta una Piazza, ma un Campo. E per questo si adatta a un linguaggio sedimentato nella tradizione veneziana. Campo Saffa è uno di quei luoghi che un turista non avrebbe davvero alcun motivo di visitare. È uno di quei luoghi che, quando ci sei dentro, non ricordano Venezia, pur essendone la versione più autentica. Paradossalmente, è un posto vero, perché non è pensato per essere visitato. Ci sono graffiti, di amore e di odio, c’è la vita di quartiere, ci sono le sedi delle associazioni studentesche e c’è chi le vandalizza. C’è un centro culturale italo-cinese. Ci sono gli operai in pausa sotto il sole rovente. Ci sono le panchine. Le persone camminano lentamente, portano a spasso il cane, giocano, chiacchierano, si fermano, vivono la città.
È un luogo occupato da coloro che abitano Venezia tutti i giorni.

Gregotti amava Venezia perché Venezia è un esperimento, e nel campo percepiamo questa visione. 

La città è il simbolo della salvezza della città moderna. Lo speciale sviluppo della nuova modernità può tornare ad offrire l’occasione per una nuova architettura. Le sue parole:

“(…) Per tutte le ragioni io credo che lavorare a Venezia sia oggi straordinariamente significativo in modo nuovo e diverso: per l’architettura e per la città di Venezia. 

Certamente è anche difficile farlo in modo nuovo, poiché non sono più necessari grandi gesti dimostrativi o pretese di risoluzioni definitive, ma grande attenzione, leggerezza e capacità di leggere tra le cose. Sono necessari rinnovamenti sottili, atti qualificativi precisi ma senza superbia: è proprio questo che la storia urbana di Venezia insegna.”

Vittorio Gregotti, Venezia Città della Nuova Modernità, 1998

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