Di Marta Panico
Per la rubrica “Professioni museali” vi presentiamo oggi una nuova intervista al Dott. Mauro Bon, zoologo, e Responsabile Ricerca e Divulgazione scientifica del Museo di Storia Naturale di Venezia Giancarlo Ligabue.
Qual è il ruolo specifico di un Responsabile di Ricerca e Divulgazione scientifica?
La ricerca e la divulgazione sono tra i ruoli fondamentali di un moderno museo di storia naturale. La ricerca da un lato permette l’accrescimento delle collezioni, con l’acquisizione di nuovi reperti. Dall’altro consente al conservatore un continuo aggiornamento e garantisce l’accrescimento delle sue conoscenze. I musei che fanno ricerca hanno una maggiore produzione culturale e sono accreditati dalla cittadinanza come istituzioni di riferimento. La divulgazione è la diretta conseguenza della ricerca. Diversamente da altri enti scientifici, il museo è uno spazio aperto in cui il cittadino può dialogare con l’istituzione, che viene identificata come luogo di diffusione del sapere scientifico. La divulgazione scientifica deve intervenire su tutti i pubblici con molti linguaggi diversi, interessando adulti e bambini, scuole e famiglie, persone con esigenze speciali. Divulgazione significa soprattutto educazione, perché interessa anche i comportamenti dei singoli. Gli strumenti che il museo ha a disposizione sono molti e riguardano le varie pubblicazioni, i social network e gli incontri con il pubblico.
Oltre a Responsabile, lei è innanzitutto zoologo. Cosa l’ha spinto a intraprendere questa carriera?
Probabilmente ero un predestinato. Fin da piccolo la mia passione per gli animali era superiore a qualsiasi altra. A dieci anni avevo già una biblioteca fornitissima e i regali per compleanno e Natale erano quasi sempre libri di animali. Alla classica domanda “che lavoro farai da grande” rispondevo “lo zoologo”. Potete immaginare gli sguardi interdetti di chi si aspettava di sentire mestieri come l’astronauta, il poliziotto o il calciatore. Ho sempre sentito un’empatia particolare verso gli animali e una forte propensione alla ricerca e alla raccolta. Ho dovuto lottare con una mamma zoofoba e lei con un figlio che portava a casa sia animali vivi che carcasse da cui ricavare ossi. Però la mia famiglia mi ha sempre sostenuto e ha avuto la pazienza di rispettare il mio percorso scolastico che non è stato semplice e lineare. Poi, una laurea in Scienze Biologiche, tanta gavetta e anche un po’ di fortuna nel capitare nel posto giusto al momento giusto.
C’è qualcosa nel suo campo che ritiene ancora “misterioso” e che le piacerebbe scoprire?
Le scienze naturali sono sempre una fonte di continuo stupore per chi intraprende la carriera della ricerca. C’è così tanto da studiare e così tanto da scoprire. Nulla è mai definitivamente studiato. Molti colleghi sono veri specialisti e si dedicano a singoli gruppi tassonomici o a particolari ambienti che studiano per tutta la loro vita professionale. Io mi definisco uno zoologo eclettico, anche se ho dei gruppi in cui sono più competente: gli uccelli e i mammiferi. Mi appassionano molto le relazioni con le altre discipline scientifiche e non, come la paleontologia, l’archeologia e la storia, e ritengo che la collaborazione con altre persone sia la cosa più gratificante del mio lavoro.
Come può una persona comune contribuire alla tutela della fauna selvatica?
Innanzitutto, attraverso l’educazione e la conoscenza: la rete e i social network sono strumenti straordinari ma anche diffusori di false notizie che possono alimentare interpretazioni distorte della realtà. E quindi torniamo al ruolo del museo come luogo di divulgazione delle scienze. La conoscenza poi porta a scelte e comportamenti consapevoli. Attività molto utili in questo senso sono i progetti di citizen science, ovvero la partecipazione dei cittadini a progetti di ricerca scientifica. Con questa pratica di lavoro comune è possibile fare informazione in modo corretto, utilizzare gli strumenti multimediali in maniera intelligente, e creare una base preparata e consapevole di cittadini che può contribuire alla conservazione dell’ambiente, anche attraverso scelte politiche e culturali intelligenti.
C’è un aneddoto o una curiosità con cui vorrebbe concludere questa intervista?
Ci sono molti aneddoti divertenti che capitano avendo a che fare con gli animali. Una domenica, ad esempio, mi telefonò un amico della polizia provinciale chiedendomi di recuperare un avvoltoio a Mestre. Poteva essere una falsa segnalazione ma preferii verificare. Effettivamente, in un giardino di Zelarino, in centro abitato, trovammo proprio un grifone che zampettava tra gli ortaggi. Riuscii a catturarlo utilizzando un lenzuolo matrimoniale – non avevo altro – e a riporlo in uno scatolone per trasportarlo alla base e capire meglio cosa fare. Nel viaggio di ritorno, sistemai lo scatolone al posto del passeggero ma, non si sa come, il grifone aprì la scatola e ne uscì con tutto il collo. Dopo un primo momento di perplessità vidi che l’animale era tranquillo. Fu uno dei viaggi più buffi della mia vita: io guidavo e il rapace al mio fianco sembrava seguire la strada, con una certa nonchalance. Eravamo, senza dubbio, una strana coppia da vedere. Infine, verificai che si trattava di un giovane nato in cattività e liberato nel Parco Nazionale dell’Abruzzo, e questo spiegava la sua confidenza con l’umano. Si era fatto un “voletto” e poi, finite le energie, era atterrato in Veneto. Dopo qualche giorno di riabilitazione fu riportato nella sua terra (anzi, nei suoi cieli) di origine e liberato.

