Solmisarime – il primo collettivo di Slam Poetry di Venezia

Di Ludovica Lancini

Elena e Sara sono arrivate all’intervista chiacchierando e annuendo l’una alle parole dell’altra, ma già nei loro gesti si intuiva quanto fossero diverse. Due presenze distinte, seppur legate da una sensibilità condivisa.

Elena, rapper e amante dell’hip-hop, vestiva completamente di nero. I pantaloni ampi, le scarpe larghe, un’energia vibrante. Negli occhi, però, un’ombra di timidezza. In arte Nice (aka Stilla aka Shawty), racconta di sentirsi viva solo quando la voce si intreccia ai versi, quando è la musica a parlare al posto suo.

Sara, invece, era avvolta da un verde acceso. Camminava come chi porta con sé un dolore ben nascosto sotto una gioia quasi luminosa. Il suo sorriso sembrava aprirsi senza paura, ma negli occhi brillava la necessità di raccontare ferite e guarigioni. Forse la conoscete come Iper Uranya.

Insieme hanno fondato Solmisarime, intrecciando le parole alla pietra, e lasciando che la poesia si perda e si ritrovi tra le calli di Venezia.

Partiamo dal riconoscimento, dalla vostra identità. Cosa significa Solmisarime? 

Elena: Solmisarime è una parola inventata da noi. Nasce dall’unione di “solmisazione” e “rime”, due termini che racchiudono perfettamente l’anima del collettivo. La solmisazione è una tecnica antica usata nei canti gregoriani e consiste nell’intonare sillabe a memoria. Gli ecclesiastici imparavano i canti partendo da un incipit comune e, da lì, proseguivano coralmente, tramandando così la melodia. Allo stesso modo, anche noi partiamo da un principio condiviso per creare insieme. 

Inoltre, in Solmisarime si ritrovano anche il “sol” e il “mi”, rafforzando il connubio tra musica e poesia. Infatti, quando ci siamo presentate ai primi eventi, abbiamo raccontato ciò che facciamo dicendo che intoniamo rime e note. Per me, che faccio Rap, questo legame con la tradizione di improvvisazione e composizione è particolarmente forte e naturale. 

Come nasce il collettivo e a che necessità risponde? 

Sara: Il collettivo nasce da un’amicizia tra me ed Elena. Ci siamo conosciute al Morion, a Venezia, durante una serata di Poetry Slam. Io avevo aperto la serata con la musica, munita di ukulele, e lei aveva portato una sua celebre poesia. Piano piano, tra un evento e l’altro – anche a Padova, tante volte – ci siamo unite. Dopo aver fatto un po’ di giri, le ho proposto di collaborare.

All’inizio avevo molta paura di trovare reticenze a Venezia, perché non esiste una vera e propria realtà underground, come può esserci a Bologna o Padova. Purtroppo la cultura qui esiste ad alti livelli, ad alti gradi, e non per la gente comune. Sembra che per fare cultura bisogna sempre pagare un biglietto per la Fenice o per il Teatro Goldoni, o per megaconcerti… ma non si dà spazio a chi ha una forte esigenza di avere degli ascoltatori. 

Ed è proprio a questa necessità che abbiamo deciso di rispondere: far conoscere la cultura, la poesia performativa e la musica fatta da realtà indipendenti, senza nessuno che ci protegge, senza nessuno che lavora per noi. Farle conoscere a Venezia, e fare in modo che tante altre persone che hanno la stessa voglia di farsi ascoltare trovino un pubblico.

Perché un suono senza un ascoltatore può essere addirittura pericoloso, come urlare una nota in un bosco.

Elena: Aggiungo anche che per ritagliarsi questo spazio – che magari in altre realtà ci viene precluso – riuscire a creare qualcosa di proprio dà una soddisfazione enorme. Partecipare agli eventi altrui è un conto, vedere una tua idea prendere forma è un’emozione del tutto diversa.

Ma come funziona una serata di Poetry Slam?

Elena: Il Poetry Slam è una gara di poesia performativa. Solitamente ci sono sei poeti che si candidano tramite una call: vengono selezionati e si sfidano, sempre in modo amichevole, in tre manche. Il pubblico vota le performance dopo ogni turno.

L’evento segue le regole della LIPS – la Lega Italiana Poetry Slam – che organizza anche i campionati regionali, nazionali e mondiali. E noi siamo orgogliose di dire che l’Italia negli ultimi anni ha raggiunto risultati altissimi, con poeti che sono arrivati ai primi posti anche nei mondiali.

Sara: Le regole principali sono poche ma chiare: nessun accompagnamento musicale, testi propri e originali, massimo tre minuti di tempo (pena la riduzione del punteggio). Non sono ammessi oggetti di scena: il poeta ha a disposizione solo corpo e voce. Questa apparente limitazione, in realtà, libera tantissimo: si può cantare, fare beatbox, schioccare le dita, muoversi e produrre suoni, esplorando tutto il potenziale espressivo del corpo.

Elena e Sara, due figure molto diverse, seppur molto simili. Parlatemi un po’ di voi e di come i vostri mondi si sono uniti. 

Elena: Per me la musica, così come la poesia, ha il potere di creare tante cose. Una di queste è conciliare opposti, mondi che sembrano non andare d’accordo, che magari nella vita reale risulterebbero in attrito tra di loro. Io mi definisco una personalità poliedrica, nel senso che mi piacciono moltissime cose, anche opposte tra loro, che a volte cozzano un po’ con la mia estetica rispetto alla mia personalità, o viceversa. Però il Rap riesce a dare voce, a dare ordine a questi pensieri, a queste opposizioni, tutte insieme, magari in una canzone o in un brano, collegando tutte queste mie sfaccettature.

E comunque ci sono dei punti in comune nei nostri percorsi. Secondo me il collettivo funziona perché ci avvicendiamo: dove magari ho delle lacune io, Sara le riempie, e viceversa. 

Sara: Io penso che i nostri mondi siano molto simili, al di là del rivestimento, che può apparire opposto, ma mai antagonista. Ci siamo avvicinate perché le tematiche delle nostre poesie e canzoni sono sempre correlate a un senso di spaesamento nel mondo. Un forte amore verso gli ultimi, verso i più deboli, e soprattutto un’ode alle cose minime. E quindi, anche se con rivestimenti diversi, ci siamo trovate e ci siamo unite.

A differenza di Elena, ho un po’ di difficoltà a dare un nome al mio stile. Se dovessi racchiudere, etichettare quello che è appena uscito su Spotify, direi cantautorale, indie, folk. Però con le esperienze che sto facendo, ma anche con artisti nuovi che ho conosciuto – non necessariamente del panorama mainstream, ma anche grazie a questi eventi, grazie a questa realtà – sto esplorando un territorio sempre più ampio. Potrei quindi definirmi “queer” nel mio approccio alla musica.

Cos’è per voi il collettivo e cosa pensate che rappresenti, invece, sia per il pubblico che per i poeti che partecipano?

Elena: Per me – e spero non solo per me – è uno spazio accogliente. Cerchiamo sempre di accomodare tutti, sia i poeti che il pubblico, con un fare genuino e multidisciplinare, perché siamo un collettivo che propone vari generi e contenuti. 

Le risposte che riceviamo sono molto positive, soprattutto a fine serata. Sia i poeti che le persone che assistono alle performance ci scrivono per ringraziarci, ci raccontano di quanto si siano sentiti bene, e questo ci rende davvero felici. 

Noi non vogliamo un pubblico statico che guarda e basta: speriamo che chi partecipa si lasci coinvolgere, magari prendendo coraggio e iscrivendosi alla prossima occasione. Perché il Poetry Slam è interattivo: il pubblico vota e diventa parte della serata. Per tutti questi motivi, spero che Solmisarime sia e sempre sarà uno spazio in cui mettersi alla prova, confrontarsi e scambiare idee.

Sara: Per me il collettivo è un contenitore di situazionismo. Penso che sia una parola chiave per fare arte, soprattutto perché io ed Elena ci siamo conosciute in un situazionismo, in un momento in cui eravamo lì per fare una cosa che ci piaceva.

Anche lo spettacolo che abbiamo fatto con Antonio Amadeus Pinnetti, che è stato finalista nazionale, è nato da una “situazione di situazionismo”: faceva parte di un’eliminatoria, ed è venuto a partecipare da noi in un Poetry Slam. Ci siamo conosciuti, e da lì abbiamo realizzato uno spettacolo assieme.

Tante persone del pubblico ci scrivono con un approccio molto positivo, divertito e anche rassicurato, e questo ci dà uno stimolo per pensare a collaborazioni future. È proprio un modo per vivere un’improvvisazione, una collettività che nella vita normale non ci potrebbe essere.

Cos’è per voi la poesia? Ma, soprattutto, che impatto ha nelle vostre vite? 

Elena: Non mi definisco poetessa, sono una  rapper. Detto questo… spesso scrivo poesie (ride), anche se sono destinate alla lettura di pochi eletti e al momento sono recluse in un file. Però, trovo che abbiano un effetto importante su di me. Mi capita di lanciarmi nella poesia quando sento di avere bisogno di scrivere di getto, senza schemi musicali reticolati o che mi chiudono in un ambiente in cui non posso sforare. Si tratta di versi liberi e sono anch’essi l’estensione e la concretizzazione di quello che penso. Svuoto la mente, guarisco e non rifletto su note o scale, abbandonando imposizioni e regole.

Non credo di essere tanto brava a parlare in pubblico (ndr. non è assolutamente vero), e non riesco a definirmi una personalità estroversa. Ma quando scrivo mi sento più sicura, e questo mi aiuta nella quotidianità. Nella mia vita, nel mio mondo fatto di discipline HipHop, c’è un po’ di poesia.

Sara: Per me la poesia è una disciplina alla bellezza, al benessere, e all’essere sana di mente, perché se non ci fosse questa ricerca – spesso ossessiva – non uscirei dal vortice di pensieri negativi, dal maltrattamento interiore. La poesia è ciò che mi obbliga a vivere bene. E questa è la mia esigenza primaria. Poi, se vogliamo dare una chiave diversa, è come avere davanti un vetro appannato e la poesia è la scritta fatta sul vetro, in cui mi riesco a specchiare. 

Nel mio caso, il legame con la musica è forte, perché le mie canzoni nascono da poesie, non scindono le cose. Sono sempre scritte con questo modus operandi viscerale, e cucite con registrazioni che ho fatto durante la veglia o il risveglio, perché le mie melodie nascono nei sogni. E quindi le metto insieme così, nel momento della giornata in cui ci giudichiamo di meno.

Scrivere è come entrare in una miniera piena di pietre preziose e avere poco tempo per uscirne. E quindi tu cerchi di prenderle tutte quante. Qualcuna ti cade, quindi dimentichi le parole che vorresti usare; qualcuna la riesci a salvare; qualcuna ti viene a metà; qualcuna è scheggiata. Però, dopo l’uscita, ti ritrovi ad arricchire il mondo fuori, ad allontanarlo dall’ostilità e dalla tristezza che lo caratterizzano.

Cosa vi avvicina al Poetry Slam e che tipo di connessione sentite con questa pratica? 

Elena: Il poetry slam comprende rime e improvvisazione. Ci sono slam in cui gli improvvisatori chiedono parole al pubblico e costruiscono la poesia sul momento. Lo sento molto affine al Rap e all’intrattenimento dal vivo, soprattutto per la figura dell’MC, il maestro di cerimonie, presente sia nel poetry slam sia nell’hip hop. Differiscono un po’ tecnicamente, ma da questo punto di vista li trovo molto vicini.

Mi piace organizzare serate ed eventi di questo tipo, perché ci sono dinamiche in comune anche con il mio genere. Secondo me, se impari a organizzare un evento con un’idea di fondo, il meccanismo rimane simile: si crea una connessione con il pubblico, si attivano contatti che ti aiutano a creare collettività, aggiustando il tiro di volta in volta. È più o meno la stessa dinamica che ritrovo anche nel Rap.

Sara: Per me il poetry slam è stato, ed è tuttora, molto importante. Attraverso la poesia performativa riesco a esprimere tutto ciò che porto nel mio bagaglio artistico e culturale.

Ho studiato teatro, ma mi sono sempre sentita poco plateale per il teatro classico, e allo stesso tempo ho studiato lettere, ma lì mi vedevo troppo eccentrica rispetto a una tradizione molto schematica.

Anche nella musica, per quanto mi senta a mio agio, a volte mi sento un po’ legata, soprattutto perché non posso cantare a cappella, che è una delle cose che amo di più.

Nella poesia performativa posso mettere tutto: le mie conoscenze teatrali, quelle letterarie, la voglia di cantare a cappella. Attraverso una performance di poetry slam, davanti a un pubblico colto ma non giudicante, amichevole ma non sterile, riesco davvero a esprimermi ed essere il più autentica possibile.

Cosa riserva il futuro a Solmisarime? 

Il grande sogno nel cassetto sarebbe organizzare un festival, un progetto ambizioso che richiede tempo e tanto aiuto. 

Ci sono, al momento, una serie di eventi a cui stiamo già lavorando. Sicuramente tra la fine di quest’anno e il prossimo organizzeremo le eliminatorie di Poetry Slam. Si tratta di tre eliminatorie prima della finale di torneo: chi vince accede alle fasi successive, in questo caso le regionali del Veneto.

Vorremmo riportare anche l’Electro Poetry, un evento  che lega suoni elettronici improvvisati mentre noi, a nostra volta, improvvisiamo testi o poesie. È una situazione irripetibile, che crea un’atmosfera unica.

Poi ci saranno da organizzare le semifinali e la finale di poetry slam Veneto: i vincitori dei tornei di altri collettivi verranno riuniti in serate in cui si eleggeranno i semifinalisti e poi i finalisti, portando avanti i favoriti del pubblico. 

Torneremo anche al FestArt di Cannaregio, che ci ha nuovamente chiesto di partecipare dopo lo scorso ottobre.

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