di Anna Dameri
“È la sera perfetta” penso mentre prendo le chiavi in mano ed esco dalla porta. Quella maledetta serratura si blocca, come sempre, e la chiave rimane incastrata dentro, mi metto a fare la solita coreografia di frustrazione per poterla liberare. Con uno scatto brusco si scastra tutto il mazzo e io perdo l’equilibrio sbilanciandomi all’indietro.
Andando verso le scale sento dei bambini piangere in uno degli appartamenti del piano, sono gli stessi bambini che mi svegliano ogni mattina battendo cose contro il muro comune. Qualche volta, per vendicarmi, avevo messo la musica a massimo volume durante il loro riposino pomeridiano ma poi mi ero resa conto che fosse una ripicca più crudele per i genitori che per i bimbi.
Continuo a scendere le scale e arrivo al portone, da lì sono solo 10 minuti di passeggiata veloce per arrivare alla spiaggia di Renà, devo solo camminare intorno alla Fincantieri. Percorro il marciapiede lungo il muro del cantiere navale, non passa nessuna macchina a quest’ora, il paesino si spegne alle dieci di sera, l’unico rumore è il vento forte che fischia tra le piante del crinale franato dall’altra parte della strada e mi scompiglia i capelli.
Arrivo alla spiaggia, nell’aria posso quasi toccare la salsedine del mare. Cammino e i miei passi affondano nella ruvida sabbiolina di sassi, le onde sono così gonfie che l’acqua fresca arriva a sfiorare i miei piedi, è una sensazione piacevole contro il calore dell’estate. Mentre raggiungo il punto esatto di fronte allo scoglio della croce ripenso a tutte le volte che ero venuta a nuotare qui con mio nonno, io avevo a mala pena imparato a stare a galla e lui comunque mi faceva aggrappare alle sue spalle e andavamo insieme sott’acqua. Ho sempre trovato paradossale che a camminare facesse fatica e strascicasse i piedi mentre in acqua riuscisse a nuotare come un ragazzino, il mare era il suo elemento, il suo habitat naturale. In quei momenti di apnea, da bambina, riuscivo solo a fissare il blu davanti a me, era un panorama inquietante ma affascinate, all’epoca la mia fantasia mi diceva che lontano dalla mia vista ci potessero essere delle sirene che mi osservavano, per pochi secondi fluttuavo in un regno fatto di magia e cose impossibili. Poi mio nonno tornava in superficie e pensavo solo al primo respiro, quella prima boccata mi svegliava dallo stato di trance dato dalla vulnerabilità, gli occhi si dovevano riabituare all’aria e tutto era sfocato, due battiti di ciglia e il mondo riappariva nitido e luminoso.
Sono davanti allo scoglio, una volta c’era una passerella qui, ma il mare se l’è mangiata nel tempo e ora si può raggiungere solo a nuoto. Una croce alta più di due metri si staglia sopra la roccia, qui c’è mio nonno. Avevo circa sette anni quando è morto, il giorno in cui avevamo disperso le sue ceneri io e mia sorella ci eravamo fatte un bagno prima e come sempre ero andata sott’acqua, ma quella volta nell’abisso avevo sperato di vedere lui in lontananza, una magia ancora più impossibile delle sirene. Cerco di spegnere il mio flusso di pensieri per percepire la presenza di mio nonno, erano anni che non venivo in questo posto. Tutti dicono che le persone te le porti dentro, che vivono nei ricordi, forse è vero ma questa roccia rappresenta l’ultimo luogo in cui mio nonno è esistito materialmente, qui le sue ceneri si sono mescolate con l’acqua e si sono disperse nel mare. È da quando ho sette anni che mi chiedo se mio nonno esista ancora. Il suo corpo è stato trasformato ma credo che il suo spirito si sia attaccato a questo posto, ho bisogno di crederlo, mi rassicura sapere che lui è ancora qui.
Mentre mi racconto questa storiella il caos mentale si ripresenta prepotente, tra tutti i ricordi si impone una singola domanda, mi chiedo se mio nonno sarebbe fiero della persona che sono diventata. Lui era una persona coraggiosa, aveva abbandonato la sua vita da prete per amare mia nonna, si era lasciato alle spalle ogni cosa per amore, non aveva avuto paura di scegliere una vita incerta rispetto alle certezze che già aveva, era stato deciso. Vorrei anche io la sua tenacia ma certe volte mi sento ancora la bambina che ha bisogno di aggrapparsi a qualcuno per tornare a galla. Mi chiedo se sarebbe fiero del modo in cui mi sono comportata con mio padre e mia madre, mi chiedo se gli piacerebbe la persona con cui sto, mi chiedo se rideremmo ancora insieme come facevamo un tempo. Mi chiedo che cosa mi direbbe qui e ora. Mi rendo conto che non sono domande sensate, piú che altro sono una tortura psicologica. Mia nonna racconta che lo sogna ancora dopo così tanti anni, lui le dice che non è ancora il suo momento e che non deve avere paura perché lui l’aspetta, anche a me piacerebbe sognarlo.
Mi svesto, appoggio i vestiti per terra e entro piano piano in acqua, immergo la testa, i capelli perdono peso e iniziano a fluttuare intorno al mio viso, ogni rumore è ovattato perché sovrastato dal suono delle onde che sfregano contro i sassolini, apro gli occhi e vedo solo il blu scuro attraversato da sottili raggi di luce bianca della luna. Resto sott’acqua finché non ho consumato tutto il mio ossigeno, sperando che la prima boccata d’aria mi possa dare la stessa euforia di quando ero piccola. Riemergo veloce, i polmoni vogliono la superficie, respiro e mi lascio galleggiare, guardo verso la croce, osservo il cielo che le sta dietro, la corrente mi culla, penso “Nonno hai scelto proprio un bel posto in cui passare l’eternità”.

