Seguendo il maestrale

Scritto da Anela Celebic

Come tutte le storie, la mia inizia in un momento in cui il dolore era troppo forte e restare aveva smesso di essere un atto di fedeltà verso me stessa. 

Nell’ultimo anno ho dovuto prendere una decisione difficile che, nonostante fosse per me l’unica possibilità sensata, faceva male. Non era più dolore, non era rabbia: era qualcosa di sospeso, come una finestra lasciata schiusa troppo a lungo durante una cupa giornata invernale. Sentivo che per chiudere non bastava aver capito, che il movimento facesse quello che la mia mente non riusciva più a fare: perdonarmi. L’idea di partire da sola mi spaventava parecchio perché – diciamocelo – noi donne impariamo troppo presto che lo spazio non ci appartiene di diritto, ma va negoziato con la paura. 

La Sardegna, quindi, non rappresentava una meta, ma una possibilità per i miei intenti. Ho comprato un volo per Cagliari per seguire il cammino minerario di Santa Barbara con nessun obiettivo predefinito, solo il tempo da riempire e una direzione da seguire: il mare.  

All’inizio contavo tutto: tappe, chilometri, peso dello zaino, ore di luce. Poi, quasi senza accorgermene, ho smesso di misurare e ho iniziato ad affidarmi ad altro: parole ricorrenti, canzoni che si incastrano nel paesaggio, pensieri da vivere più che da capire. 

Il Sulcis-Iglesiente è una terra fatta di strati che conosce bene le partenze e i ritorni incompleti: Nuraghe, gallerie scavate nella roccia, villaggi operai nati per lavoro e poi svuotati come sintomo di un malessere sociale che ha radici profonde fatte di sfruttamento e piccole cose. I paesaggi non cercano di impressionare, si impongono per sottrazione: sentieri tra rocce silenziose dove il vento cambia direzione senza avvisare e il mare appare e scompare come una promessa mantenuta ad intermittenza. Forse è anche per questo che mi ha riconosciuto subito, ancor prima che io capissi di essere arrivata. 

Giorno 1 di 9, si parte. Arrivo all’aeroporto di Cagliari e mi dirigo a prendere il bus per Iglesias dove avrei soggiornato. Fin dal primo sguardo oltre il finestrino, il paesaggio mi ha regalato vallate ghiotte di un verde che non ricordavo di conoscere. Non quello addomesticato dei parchi, ma di una tonalità piena, quasi minerale, che sembrava appartenere più alla terra che alle piante. Ed è stato proprio in quel momento che ho deciso di riprendere in mano la penna e scrivere – o perlomeno provarci – come testimonianza di qualcosa che dentro di me stava già iniziando ad avere una nuova luce, anzi un nuovo colore. Arrivo ad Iglesias con uno zaino troppo grande e la sensazione di essere fuori posto: le persone sembravano guardarmi stranite più di quanto lo facessi io. Ho mangiato gastronomia tipica, una versione rielaborata del Mustazzeddu, e comprato un libro sul folklore sardo come se appartenere fosse solo una questione di istruzioni da imparare a memoria. Di lì a poco sarebbe iniziato quello di cui avevo bisogno per stravolgere la mia vita: l’ignoto. Ed è così che mi siedo ad aspettare due sconosciuti che stanno per arrivare a prendermi con Pedro – un Volkswagen T4 che di storie ne ha da raccontare – per andare con loro a pranzare in una spiaggia vicina. Mia madre avrebbe detto che è da incoscienti e di riflesso, per un piccolo istante, anche io mi stavo chiedendo cosa stessi facendo. Finché non ho concluso che io ero lì proprio per quello, per vedere se il mondo mi avrebbe mangiato o se, per una volta, potevo stare seduta su un marciapiede senza dover chiedere il permesso di esistere a nessuno. Non stavo aspettando un passaggio, stavo aspettando di capire se potessi ancora fidarmi del mio istinto dopo mesi a non essermi fidata nemmeno del mio corpo. 

Ci incontriamo. Basta lo spazio di un respiro che Marco e Giacomo smettono di essere degli sconosciuti. Un guasto di Pedro fa saltare il pranzo al mare e passiamo la giornata a Iglesias, tra zuppe riscaldate sul fornello del van e passeggiate improvvisate.

La sera prima della partenza ci fermiamo con Pedro in uno spiazzo sotto il Santuario del Buoncammino. Una griglia usa e getta, seggiole da campeggio, il fumo sulle dita e una costata mangiata con le mani: un’anticipazione di libertà, senza bisogno di spiegazioni.

Giorno 2 e prima tappa: da Iglesias a Nebida, un tracciato di 20 km che decide fin da subito di accoglierci con lunga la salita asfaltata che smorza le gambe, ma che ripagherà subito dopo con la vista. Il passo è più lento del previsto, ma non importa perché questi spazi chiedono lunghe pause per sedimentare. Con il cielo che splende e diciotto gradi sulla pelle – incredula fosse il 3 di gennaio – attraversiamo una gigantesca miniera abbandonata, un villaggio fantasma che sembra una scenografia di Movieland, così immenso e spettacolare che fatico a credere sia stato reale. Gli edifici bucati nati per lavoro e ora senza tetti mi riportano ai miei vuoti interni, a come ci si sente quando la funzione per cui sei stata costruita viene meno. Tra i sali e scendi di questo percorso e dopo il timore per un cane pastore a pascolo con le capre, la natura mi regala nuovamente il colore della speranza finché – dopo ore – arriviamo a Nebida dopo un’ultima tratta d’asfalto che ci sbatte il mare in faccia. Giunti nella prima Posadas finalmente ci fermiamo a lavarci e a riposare qualche minuto prima di uscire a cena. È uno di quei momenti sospesi in cui non succede nulla di oggettivamente memorabile, ma accade qualcosa di più importante: una piccola e provvisoria comunità che si prepara, si sistema e si aspetta e mi ricorda che esistono legami che nascono così, non per progetto ma per necessità condivisa, dove il sangue non è l’unico criterio per riconoscersi fratelli. Stanchi ma affamati, ceniamo nell’unico ristorantino aperto di Nebida, senza alternativa e l’urgenza di cercarne. Dopo una cena fatta di culurgiones, vino rosso e cantautorato italiano di sottofondo, restiamo in due e andiamo a guardare il mare. Tra le parole accompagnate con qualche nota di Thom Yorke dal telefono, poco più sotto c’è la Laveria Lamarmora che scende con i suoi mattoni: un tempio industriale che oggi appare come un relitto solitario, in bilico tra ciò che è stato e ciò che resta. Ed è nel cullarsi del vento marino che dietro di noi, sulla collina brilla e urla la scritta NEBIDA, enorme e con un font sproporzionato quasi arrogante, come volesse replicare la scritta di Hollywood, ma rifatta male. Ridiamo a lungo per quel nome che cerca di gridare al mondo la sua esistenza quasi dimenticata, mentre tra noi è già tutto chiaro senza il bisogno di essere nominato. Tornati in ostello la notte resta imperfetta: in cucina fa parecchio freddo, le tapparelle sono abbassate e la luce filtra a righe sottili sulla mia pelle. Il corpo arriva prima della testa in un gesto inevitabile, nato nel punto esatto in cui il gelo incontra il calore, senza pretese, ma solo presenza. 

Nella seguente tappa di circa 15 km verso Masua, prendo parte di una pratica che accompagnerà il cammino: ogni giorno una parola, condivisa a turno mentre il sole cambia posizione e il mare si fa più vicino o più distante, non per riempire il silenzio ma per renderlo abitabile e memorabile. Il sentiero appena fuori Nebida, non sale né scende, ma si distende: corre lungo la costa come se stesse prendendo le misure al mare, con cespugli che crescono fitti e bassi per non farsi strappare dal maestrale. Camminarci dentro è come attraversare un paesaggio che ha imparato a restare basso per sopravvivere, con il mare che a tratti scompare e poi riemerge improvviso e più vicino di prima. Arriviamo a Porto Flavia, dove il tempo sembra sospeso: non è un porto nel senso stretto del termine, ma un’opera ingegneristica scavata direttamente nella roccia, come una ferita aperta sul mare, nata per permettere al minerale estratto di essere caricato direttamente sulle navi. Dopo la visita ci sediamo ai tavolini fuori dal museo e, senza fretta, condividiamo una bottiglia di Cannonau dallo zaino finché non ci accorgiamo che si è fatto tardi: dovevamo raggiungere la Posada sulla collina entro le sei di sera e a piedi mancano ancora quaranta minuti di strada. Riusciamo a chiedere un passaggio agli unici due ragazzi rimasti in zona e saliamo mentre il giorno si chiude alle nostre spalle senza drammi. La Posadas ci accoglie nel completo buio e il silenzio intorno: niente rumori, niente segnale. Solo stanze essenziali e una stufa a gas che prova a rendersi utile. Mangiamo, giochiamo a carte, quasi fossimo ad un ritiro scout. La mattina seguente, nel tentativo disperato di salvare le mie ultime mutande pulite rimaste, le appoggio troppo vicine alla stufa e si bruciano. Le indosso lo stesso, ridendo della mia sfortuna mentre fuori il paesaggio mi aspetta e portandomi alla mente un’altra lezione personale: adattarsi senza perdere l’ironia. Così si avvia il quarto giorno e terza tappa da Masua a Buggerru, la cui partenza è rimasta incerta fino all’ultimo: le previsioni parlavano di maltempo e il percorso è considerato impegnativo, ma già dall’alba il cielo è limpido. Marco per quel giorno decide di tornare a recuperare Pedro a Iglesias e concedersi qualche onda da surfare, e così riprendiamo il viaggio in due: sbagliamo strada, incontriamo Mario e Pasqualina che ci rimettono sul sentiero giusto e percorrono un tratto con noi, camminando, parlando e ridendo. Capisco che il viaggio non è mai solo nostro, ma è una trama di incontri che si allargano e poi si richiudono. Scendiamo gli ultimi chilometri verso Buggerru di nuovo da soli, cantando come se fosse davvero una splendida giornata. Nel ritrovare la strada dei cacciatori ci offrono un caffè nel loro casolare isolato – da sola non ci sarei mai entrata – e tra latte di capra e caglio appeso gustiamo anche mezza tazzina di acquavite fatta in casa, sufficiente a farti sentire in balotta per due giorni di fila. Giunti a Buggerru, torniamo ad essere un trio. Per quella sera – la vigilia della Befana – l’unico ristorante aperto diventa una festa improvvisata, fatta di balli e karaoke in cui in tre non siamo nemmeno riusciti a stonare sulla stessa tonalità. Ed è così che si conclude l’ultima notte prima del taglio netto. 

Al quinto giorno il viaggio cambia registro: i compagni improvvisati tornano a casa e a Carbonia dormo da sola per la prima volta. La città razionalista, fatta di linee dritte e geometrie nate nel 1938, rende concreta la solitudine. Anche il tempo cambia: maestrale, pioggia insistente e giorni di caccia mi obbligano a deviare, non come metafora ma come necessità concreta, ricordandomi che cambiare direzione non significa fallire, ma rispettare il percorso.

Siamo quasi alla fine del viaggio e dopo il passaggio dalle dune di Is Arenas Biancas – dove attraverso un’immensità bianca sentendomi finalmente al mio posto, come se stessi attraversando la mia pelle – il cammino cambia ancora consistenza: la meta non è più un punto sulla mappa ma un ritorno verso l’inizio, verso Cagliari. Arrivo in città dopo giorni di vento forte, continuo, un maestrale che ha attraversato il viaggio come una prova silenziosa. Cammino con un passo nuovo, più solido e meno diffidente, portandomi addosso il silenzio delle dune e il sapore della bottarga. Cagliari mi accoglie con il suo caos e il vento oltre i 40 nodi. L’attraverso di lato, senza urgenza, aspettando – con desiderio – un’ultima altezza. L’ultimo giorno la città mi concede una tregua: cielo limpido e vento assente, come se avesse deciso di fermarsi un momento prima del nostro saluto. Così salgo sulla Sella del Diavolo: il sentiero si arrampica tra profumi che ormai riconosco come miei e in cima, davanti al Golfo degli Angeli, resto ferma e mi lascio attraversare. Capisco che il movimento di questi giorni si è depositato in una postura interna e che tutto ciò non è stata una fuga ma un ritorno. Guardo l’orizzonte senza chiedere niente e capisco che il perdono che cercavo non era un traguardo ma la capacità di stare nel mondo senza tradirmi, anche spettinata, anche stanca, anche fuori misura. Non porto via solo una sequenza di immagini, ma una serenità improvvisa, come la quiete del mare dopo giorni di burrasca. 

Il viaggio finisce qui, ma la nuova postura resta.  

E ogni giorno è ancora –  nonostante tutto – una partenza possibile.

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