Di Ludovica Lancini
Ogni volta che si tocca un materiale altrui si entra in relazione con ciò che quel materiale ha assorbito nel tempo, con le sue stratificazioni e la sua storia. Di conseguenza, la riscrittura assume il ruolo di un gesto, un’azione volta ad aprire nuove possibilità. Non si tratta di una semplice rielaborazione, ma di un percorso che unisce memoria, ascolto e desiderio di dar vita a un nuovo repertorio, la cui forma risulti mutevole.
Wordless Singing Group nasce come risposta a questa necessità. Il laboratorio corale fondato da Nina Baietta affronta la musica contemporanea liberandosi dalla gabbia della fedele riproduzione. Qui l’esecuzione diventa metamorfosi, incanalandosi in un percorso trasformativo in cui la trasmissione orale e l’improvvisazione non fungono soltanto da espedienti pedagogici, ma da strumento per tornare all’origine del suono e del suo modo di farsi presenza.
Nei primi due anni di ricerca il gruppo si è interrogato sulla possibilità di tramandare un repertorio contemporaneo al di fuori della notazione, accogliendo anche chi non legge la musica e spostando l’attenzione sull’esperienza condivisa. Le opere di Meredith Monk si sono rivelate il terreno ideale: in esse convivono corpo e voce, respiro e gesto, in una dimensione che affonda le radici nelle tradizioni folk e, allo stesso tempo, scavalca ogni definizione prestabilita. Attraversare questo repertorio oralmente ha significato accettarne la metamorfosi. Ogni passaggio da una persona all’altra è diventato un atto di riscrittura, una micro deviazione che ha dato vita a nuove mappe sonore.

Foto di Carola Cappellari
Il lavoro di Monk ha sempre posto al centro la persona. Le sue musiche e le sue coreografie non nascono per essere replicate ma per essere abitate. Gli interpreti portano in scena la propria storia e il proprio corpo, e attraverso questa pluralità la figura della compositrice rinuncia a un’autorità verticale lasciando spazio a una nuova allenza. In questa prospettiva Wordless Singing Group si muove come un organismo collettivo, fatto di musicisti e non musicisti che costruiscono insieme un terreno di ascolto e memoria condivisa.
Nel 2023 prende forma la prima performance del gruppo, una collaborazione con Zoe Francia Lamattina che intreccia voce e movimento. Nel 2024 il lavoro approda al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, dove dodici performer trasformano lo spazio in un laboratorio vivo, un luogo in cui il repertorio di Monk viene continuamente reinventato. La presenza dell’artista è stata determinante per la riscrittura di Monk: il suo è un archivio di pratiche tramandate dalla madre Monica Francia, attiva nel campo della riscrizione insieme alla drammaturga Ida Malfatti.
Poche settimane dopo, durante l’Art Night, il gruppo entra in dialogo con Organ, l’opera di Rafailia Tsiridou ed Emiddio Vasquez ospitata al Padiglione di Cipro. Le voci attraversano l’acqua, si diffondono nel padiglione, restituiscono all’ascoltatore la sensazione di camminare dentro un paesaggio che risponde ai loro movimenti. Il pubblico è libero di muoversi, di scegliere dove sostare, di lasciarsi trasportare da un suono che non arriva mai da un unico punto.
In they make me “hum” tuning-fork, spettacolo sostenuto da MUVE e svoltosi presso l’Associazione Culturale Argo16, il tema del diapason diventa il punto di partenza. Un oggetto che vibra solo se qualcuno interagisce con esso, una soglia silenziosa che permette di pensare alla voce come possibilità collettiva. I performer si muovono come antenne, in ascolto di segnali che provengono da luoghi invisibili, da storie depositate su vecchi nastri, da presenze che non hanno più un corpo ma mantengono un ritmo. Il diapason si rivela strumento politico perché non impone un ordine ma apre un varco, invita, suggerisce, chiede attenzione. Le scenografie sono state realizzate in collaborazione con il collettivo Zeroscena, composto da Elisa La Boria e Luka Bagnoli.

Foto di Lisa Mignemi
Questo stesso spirito guida il nuovo progetto, che indaga il modo in cui un territorio possa essere riscritto attraverso fenomeni acustici immaginari. La voce, ancora una volta, diventa gesto condiviso, soglia, superficie vibrante. Una mappa da ricreare insieme, non per conservare ciò che è stato ma per lasciarlo respirare in nuove forme.
A partire da ottobre il percorso del gruppo si apre a una nuova indagine. Dopo i due anni dedicati a Meredith Monk, il repertorio ruota ora attorno alla figura di Joan La Barbara, interprete e ricercatrice vocale statunitense e voce determinante nella musica sperimentale americana. Il gruppo entra così in contatto con un’altra genealogia, quella che attraversa Cage e i suoi Song Books o il celebre Three Voices di Feldman, opere concepite nella forma della notazione ma destinate a essere affrontate attraverso il metodo della riscrittura.
Se Monk aveva permesso di interrogare la trasmissione orale e il ruolo della metamorfosi, La Barbara introduce un diverso orizzonte. Le sue partiture non nascono come griglie rigide ma come oggetti fisici, disegni, indicazioni che funzionano come immagini operative. Sono mappe di risonanze che si sviluppano su un’unica nota e che chiedono di pensare alla voce come luogo anatomico, spazio in cui il suono si sposta e muta. L’attenzione si concentra sulla fisiologia vocale, sul modo in cui il timbro cambia quando la vibrazione attraversa le cavità della bocca, del naso, dell’occipite. Ne emerge un suono collettivo più denso, una polifonia interna che nasce dal corpo prima che dalle altezze.
Lo studio della musica sperimentale diventa così un terreno critico. Non si tratta di affrontare questo repertorio con gli strumenti della musica contemporanea accademica, perché la sua origine è altrove. È lo stesso contesto che ha generato gli happenings e la performance art, una dimensione alternativa che Michael Nyman definisce sperimentale per distinguerla dall’avanguardia europea. Di fronte a tali forme Nina Baietta interroga le modalità di apprendimento chiedendosi se l’esecuzione, nel senso tradizionale del termine, sia davvero la via più adatta.
In questo quadro assumono nuova rilevanza i diversi modi di trascrivere. Il lavoro del gruppo si muove tra la trascrizione classica, che rielabora una partitura rendendola adatta a un nuovo organico, la trascrizione a orecchio di tradizione jazzistica, già sperimentata negli anni dedicati a Monk, e un metodo ibrido che combina ascolto, intuizione e una scrittura essenziale pensata per essere trasmessa oralmente. Trascrivere significa allora immaginare come un brano potrebbe essere insegnato, preparare un terreno per la metamorfosi, aprire un materiale alla sua futura trasformazione.

Foto di Lisa Mignemi
Il nuovo progetto prende forma a partire da composizioni concettuali. Ogni pratica nasce da un’idea semplice e radicale, come lavorare sulle risonanze prodotte da un’unica nota o esplorare la possibilità di un respiro circolare ottenuto solo attraverso suoni aspirati che generano un glissando ininterrotto. Da queste intuizioni si sviluppano composizioni collettive, create oralmente e costruite sulla disponibilità dei corpi. Non si tratta di replicare un’opera di La Barbara ma di ricrearvi un’analogia profonda, di restituirne il nucleo concettuale attraverso forme nuove.
Il corpo continua a occupare un ruolo centrale ma assume ora una funzione ancora più integrata. La ricerca si estende al modo in cui certe posizioni modificano la qualità del suono o favoriscono la produzione degli armonici. La voce viene considerata insieme al corpo che la sostiene e non come un’entità separata. Accanto alla pratica sonora le performer costruiscono un archivio che accompagna la ricerca e diventa un controcanto silenzioso, una memoria in trasformazione che alimenta il processo creativo collettivo, favorendo la relazione e il contatto con la propria voce.

