Di Laura Piatti
Per capire davvero l’evoluzione delle strutture che oggi ospitano il Festival del Cinema di Venezia, bisogna tornare indietro nel tempo fino all’estate del 1932. Sulla terrazza dell’Hotel Excelsior, sospesa tra cielo e mare, la laguna veneziana accoglie per la prima volta la Mostra del Cinema. In quel preciso momento una manciata di spettatori curiosi, artisti e intellettuali assiste a proiezioni che sanno di novità. La fama arriva subito, quasi inaspettatamente. E presto, il successo inizia a reclamare una casa stabile.
I primi anni della Mostra prendono vita in spazi provvisori, dove l’eco delle pellicole si mescola alla vita frenetica del Lido. Si avverte subito l’esigenza di un edificio capace di dare forma e prestigio all’evento. Così, tra il 1936 e il 1937, l’ingegnere Luigi Quagliata concretizza la sua visione sul lungomare: un palazzo figlio del modernismo italiano. Uno stile che, in quegli anni, non era solo linguaggio architettonico, ma dichiarazione di intenti. Linee dritte come pensieri rigidi, volumi puri che rifiutavano l’eccesso, superfici bianche che respiravano luce. Le geometrie, spesso severe, si aprivano a curve misurate e a decorazioni sobrie, per ricordare che la modernità poteva essere anche accogliente. Era un’architettura che guardava avanti, cercando di dare forma al futuro con la disciplina di un ingegnere. Quagliata, interprete raffinato di questo spirito, concepisce il Palazzo non come semplice contenitore, ma come parte di un disegno urbano più ampio, un vero “fronte del mare” capace di dialogare con la linea dell’orizzonte e di raccontare il cinema nella laguna veneziana.
Il piano urbanistico immaginava tre edifici in perfetta simmetria: il Casinò al centro, il nuovo Palazzo del Cinema a sinistra e, a destra, un gemello destinato a ospitare un campo di pattinaggio su ghiaccio. Un’idea che univa mondanità, cultura e svago in un unico complesso, come se il Lido dovesse diventare il elegante salotto all’aperto della città lagunare. Ma la storia impose le sue priorità: lo scoppio della seconda guerra mondiale lasciò incompiuto quel terzo sogno, e lo spazio previsto per la pista di ghiaccio rimase vuoto: un promemoria silenzioso di ciò che poteva essere.
Quando il 10 agosto del 1937 la quinta edizione della Mostra inaugurò il nuovo Palazzo, la sua facciata monumentale si mostrò al pubblico come un sipario di pietra candida. Tre parti scandite da verticali lesene centrali, angoli arrotondati che ammorbidiranno la severità delle forme, un equilibrio tra la razionalità dell’architettura e la dolcezza delle curve lagunari. All’interno, una hall luminosa e accogliente conduceva alla Sala Grande, di una capienza sorprendente per l’epoca con i suoi più di mille posti e, nel seminterrato, due intime gemme: la Sala Zorzi e la Sala Pasinetti, luoghi di culto per i cinefili più appassionati.

Col passare degli anni, l’industria del cinema crebbe più velocemente del suo contenitore. Le produzioni internazionali arrivavano con cortei di star, le esigenze tecniche si moltiplicano, e il Palazzo, per restare al passo, dovette cambiare pelle. Ampliamenti, aggiunte, ristrutturazioni: nel 1952 lo stesso Quagliata firmò un avancorpo sulla facciata, rispettando il linguaggio originale, ma arricchendolo di nuove possibilità scenografiche. Negli anni successivi vennero introdotti sistemi di proiezione all’avanguardia, poltrone più comode, impianti acustici modernizzati. Ogni intervento era come un nuovo capitolo di un libro che non smetteva di essere scritto, eppure nessuno tradì mai la sua anima originaria.
Oggi, il Palazzo del Cinema vive sospeso tra passato e futuro, cullato dal respiro del mare e dal vociare dei festivalieri. Custodisce ricordi di prime mondiali e applausi interminabili. Da quasi un secolo, le sue sale continuano a proiettare immagini ormai impresse nella storia e le sue mura portano addosso l’eco di una promessa fatta quella sera d’agosto del 1932: che Venezia avrebbe sempre saputo offrire al cinema un palcoscenico degno della sua magia.

