Libreria Karass – L’accogliente nido di anormalità creato da Naida ed Edoardo

Di Ludovica Lancini

Tra le calli veneziane si cela un approdo per chi non rincorre l’ordinario, ma le anomalie. Per chi cerca storie che rompono gli schemi della letteratura di genere. Nell’ottobre 2023 Naida ed Edoardo hanno dato vita alla Libreria Karass, il cui obiettivo principale era – e rimane – il condividere una passione creando una comunità il più eterogenea e sfaccettata possibile. La libreria è una vera e propria wunderkammer, tanto piccola quanto accogliente. Il sorriso dei due proprietari è contagioso, il modo in cui raccontano i libri che popolano gli scaffali genera un forte interesse verso le particolarità letterarie che animano la loro quotidianità. La Karass è un cuore pulsante, pronta ad avvolgere i suoi visitatori – affezionati e non – con un’atmosfera che sembra sospesa nel tempo. Li abbiamo intervistati e saranno proprio le loro parole ad accompagnarvi in una storia fatta di amore, ricerca e forte passione per le stranezze – in senso più che positivo – della letteratura.

Karass, un neologismo utilizzato da Vonnegut nel romanzo Ghiaccio-nove. Perché avete scelto proprio questo nome? È stata un’illuminazione o ce n’erano altri in ballottaggio?

Inizialmente non doveva essere Karass. Doveva essere un’altra parte sempre del bokononismo, ma era un nome molto cacofonico. Alla fine abbiamo optato per Karass, che è un gruppo di persone che lavorano insieme, consapevolmente o meno, per realizzare un misterioso scopo divino. L’idea della Karass per noi era creare un luogo dove noi e le persone che l’avrebbero frequentato saremmo andati insieme da qualche parte, senza sapere dove. Un posto comunitario, non solo un negozio. Ci piaceva molto il romanticismo dietro questo nome. L’idea di un destino che ci accomuna era molto romantica. E infatti nei primi giorni abbiamo avuto qualche segno di Vonnegut. Il giorno dell’inaugurazione è entrato un signore che girava con una sua lettera nel portafoglio. Da ragazzo aveva scritto una tesina su Vonnegut, gliel’aveva mandata chiedendogli un consiglio, e lui gli aveva risposto dicendo che era perfetta così, non doveva cambiare nulla. Il signore l’aveva ringraziato e l’aveva tenuta con sé. Ed era lì, il giorno dell’inaugurazione. Il giorno dopo entra una signora che dice “eh sì, Vonnegut è stato il mio professore”. E noi tipo “ok, grazie, ci stai osservando, ci stai controllando”.

Anche il logo viene da lì. Sono tutti font diversi uniti insieme in modo da creare una comunità di font, una comunità di persone, di libri, di teste. Ognuno con le sue caratteristiche, la sua individualità.

Fantascienza, fantasy e horror, sono generi che, secondo voi, aiutano a comprendere meglio il mondo che ci circonda?

Sì, in modi diversi. Abbiamo seguito il gusto personale, ma anche la voglia di ridare dignità a questi generi, spesso visti come minori. Il che è assurdo, considerando il nostro passato di realismo magico. A un certo punto, però, si è deciso che fossero libri di evasione. Evasione da cosa, poi? O peggio, relegati a ragazzi o bambini. Quando in realtà fantascienza e horror aiutano a pensare, a guardare l’attualità con lenti diverse. Semplici, forse, ma mai banali. Volevamo ridare spazio a una letteratura che non è affatto di serie B. 

Edoardo: Io sono cresciuto negli anni 80-90, quando essere nerd era quasi un insulto. Ora vedo i ragazzi leggere quello che leggevo io. E quando qualcuno entra qui dicendo che non ha mai letto fantascienza e poi torna con un sonoro “Ora voglio leggere tutto”, beh, è una soddisfazione enorme. Ci mancava un posto così da lettori. Non trovavamo i libri che cercavamo, quindi abbiamo deciso di crearlo. Fino a poco fa il fantastico in libreria era un angolo disordinato, tutto mischiato, con volumi sparsi e classici assenti. Ora qualcosa sta cambiando, forse anche grazie a serie come Stranger Things. Spesso questi generi finiscono nel calderone Young Adult. Ma esiste un fantastico per adulti, ed è importante dargli spazio. Il nostro obiettivo era quello: una libreria con sezioni dedicate, dove ogni genere avesse dignità. 

Naida: Abbiamo anche una parte generalista, però sempre con l’idea di aprire finestre su altri mondi, perché io e l’India non abbiamo in comune niente e scoprire alcune curiosità della sua cultura mi fa entrare in un mondo diverso dal nostro. Abbiamo seguito una forte passione per il Giappone, ma abbiamo voluto scommettere anche sulla Corea, intuendo che sarebbe cresciuta. E infatti, un anno dopo, Han Kang vince il Nobel. L’intuizione era giusta. Oggi abbiamo un intero spazio per sud-est asiatico.

Secondo voi, perché i distopici classici risultano così interessanti anche a distanza di anni dalla loro pubblicazione? Perché 1984 è letto così tanto anche oggi? 

Naida: 1984 è un libro meraviglioso. Il punto è che è l’estremizzazione di un’idea che ti racconta le cose a cui devi stare attento. Io l’ho approcciato alle superiori grazie a un professore che ce l’aveva fatto leggere in combo con Il Mondo Nuovo per spiegarci la Guerra Fredda, per farci capire i due sistemi portati all’estremo: il consumismo con Il Mondo Nuovo e il sistema socialista con 1984. Sono storie che non hanno età. Ma tutti i libri ben scritti non hanno età. Perché se un libro risente troppo della sua epoca, finisce con la sua epoca. 

Edoardo: Scrittori come Orwell, come Dick hanno scritto dei libri quasi profetici. Però si vuole pensare di essere sempre in tempo per girare il timone e tornare indietro. E in un certo senso lo si è. Perché forse il problema di questi libri è che si leggono troppo tardi. Dovrebbero essere letti molto prima. Ma sono anche complessi per essere letti troppo presto. E quindi possono addirittura allontanare un lettore. Tutti i libri, nel momento sbagliato, allontanano dalla lettura.

Secondo voi i distopici contemporanei sortiscono lo stesso effetto di un distopico classico? 

Edoardo: Recentemente ho finito Cadavere squisito. Ed è vero che, forse, la Bazterrica ha scritto un libro incredibile. E più ci penso, più mi rendo conto che probabilmente verrà capita solo una parte, quella più smaccatamente in copertina, cioè l’idea della carne. È lì, certo. Però il messaggio che lei, secondo me, voleva tirare fuori è molto più ampio.

Si è assottigliato il gap di distanza. 1984, scritto nel ’49, guardava molto più avanti. Cadavere squisito guarda al presente. Ma penso sia una cosa abbastanza comune di quest’epoca. Si è persa una visione che vada davvero lontano. È ormai noto che noi, in Occidente, non siamo più in grado di guardare al futuro, di interpretarlo prima che accada. Ma non perché non c’è più voglia, è che non lo vedi più, non riesci a immaginartelo. E quindi scrivi guardando ad adesso, proiettandoti da qua a dieci o vent’anni.

Secondo me serve tempo per capire se arriveranno davvero a fare questo. Ma Cadavere squisito potrebbe essere il Fahrenheit 451 di questa epoca. 

Naida: È un po’ la questione dei classici. Quando lo capisci che un libro è un classico senza tempo? Quando l’autore è morto. Qualcosa si intuisce anche prima, ma deve sedimentare.

Edoardo: Posso dirti che, come lettore, dopo aver letto Cadavere squisito ho avuto molta voglia di leggere altre cose sue. Perché inizialmente il discorso mi sembrava scontato. Poi ho chiuso l’ultima pagina, dopo quella pedata nei maroni finale, e mi sono detto “no, cavolo, non è così superficiale il messaggio”. Devi andarlo a cercare un po’ più in giù. E solo il fatto che io dica “voglio vedere cos’altro ha scritto”, secondo me è un buon segnale. Le possibilità ci sono. Però, come diceva Naida, bisogna dare tempo al tempo.

“Noi ci proponiamo di collezionare l’anormalità intesa come weird, fantascienza e fantasy.” Cos’è per voi l’anormalità e perché è importante avere un posto sicuro come la Karass per coltivarla e comprenderla?

Naida: Partiamo da cosa è la normalità. Quello che viviamo ogni giorno non ci interessa. Quando leggo, non voglio rivivere la quotidianità: cerco qualcosa di nuovo, di diverso. Che sia un altro mondo o una cultura lontana, poco importa. Non è escapismo fine a sé stesso. Non è il rifiuto della realtà per rifugiarsi tra elfi e magie. È il bisogno di una storia che mi faccia riflettere, anche su temi attuali, ma in modo diverso.

Edoardo: Un film o un romanzo di fantascienza possono farti ragionare più di un saggio. Asimov, Dick, tutti questi autori ti pongono domande fortissime: cos’è umano, chi ha diritto su cosa, cosa distingue una persona da una macchina. L’obiettivo non è fuggire, è guardare da un’altra angolazione. Perché io quella vita la vivo già, non ho bisogno di leggerla anche nei libri. L’estremo, l’iperbole, ti fanno pensare. Cadavere squisito, per dire, è un’esagerazione. Come lo era Fahrenheit 451, in cui bruciano libri e persone. Ma è proprio quel gesto estremo che accende il pensiero. 

Naida: Se leggo di una persona qualunque a Venezia, deve essere una vita incredibile. Come Il peso dell’assenza, un libro che abbiamo presentato e che parla di persone normalissime, ma ti porta dentro la mente umana, che è il posto più strano che esista.

Edoardo: Anche i memoir, se raccontano vite fuori dall’ordinario, diventano quasi fantastici. Come Il seminatore, o Flash Kathmandu. Storie reali, ma fuori dal comune. È questo che cerchiamo. 

Naida: Non siamo contro la letteratura non di genere, anzi. Abbiamo anche classici. Però, in uno spazio piccolo, ha senso tenere quello che non si trova ovunque. Abbiamo tanto Estremo Oriente, dove spesso i generi si mescolano. C’è, ad esempio, la storia di una ragazza sudcoreana che sceglie una vita difficile in Australia rispetto a una vita più facile nel suo Paese. E lì ti chiedi perché alcuni ragazzi vogliono lasciare l’Italia, o perché non si sta mai bene dove si è nati. Ogni persona ha un suo posto nel mondo. E leggere queste storie serve a questo: a ragionare sulla propria posizione, sui propri desideri, sulla propria normalità.

Passiamo a Venezia. Leggevo ieri un articolo che diceva che a Venezia ci sono più librerie che residenti. Cosa ne pensate voi?

(Ridono) Non è del tutto sbagliato. Le librerie sono aumentate negli anni, ma noi abbiamo deciso di aprire anche grazie a buoni amici che ci hanno dato consigli su come iniziare e ci hanno avvertiti sui rischi. 

I ragazzi della Marco Polo hanno aperto la strada delle librerie indipendenti quando sembrava che il libro stesse per scomparire con il Kindle. In quel periodo dominavano le catene e i libri al supermercato, che riducevano tutto a consumo veloce. Una libreria indipendente è un altro mondo. Non è scaffale e via, è confronto, scoperta, scambio. C’è chi dice che bisognerebbe scrivere meno e meglio. Non si parla di self-publishing, ma di tante uscite editoriali vuote. Per questo ha senso che esistano librerie, magari più specializzate. Perché una libreria racconta un posto. 

Ci piacerebbe che gli editori pubblicassero meno e con più cura. Le piccole case indipendenti vanno premiate. Zona 42, Hypnos, Moscabianca tengono viva una letteratura onesta, appassionata, senza fronzoli. Non che i grandi non ci mettano amore, ma sono troppo vasti per sapere cosa pubblicano davvero. I piccoli invece osano. E spesso non lo fanno per vivere, ma ci mettono una dedizione rara. Alcuni sono editori da dieci anni e nel frattempo fanno anche altro. Eppure la qualità c’è, l’entusiasmo è contagioso. Parlano dei libri come fossero i loro figli. 

Il vostro è un lavoro fondamentale. Quello di dar voce alle “piccole” case editrici e scovarne i gioielli lo è ancora di più. Come le trovate e come selezionate i volumi da tenere in libreria? Ce n’è una in particolare che avete nel cuore?

Naida: Preistorica, Zona 42, Hypnos, anche Future Fiction. Lumien, assolutamente. Moscabianca fa delle cose che sono fuori dalla grazia di Dio. Ogni volta che vedo un loro libro penso che non so cosa aspettarmi. Non troverai mai un libro normale. I titoli più strani che abbiamo avuto qui dentro sono tutti loro. Ora anche Mercurio sta facendo il suo, in maniera diversa, con un taglio più complesso. Passami il termine, più signorile. Se Moscabianca è follia pura e scanzonata, Mercurio è la follia col cappello. È la follia col soprabito.

Le prime case editrici che ho nominato sono anche quelle con cui abbiamo cominciato. Te le porti nel cuore perché sono stati i primi incontri, i primi scambi. Poi certo, ci sono tanti libri che ci piacciono, anche di altri. Ci piacciono per come lavorano ADD, Utopia, Safarà.

Abbiamo fatto delle scelte, e continuiamo a farle. Alcune case editrici le abbiamo lasciate andare perché semplicemente qui non funzionavano. Non era il posto giusto. Di altre abbiamo tutto il catalogo, perché sentiamo che sono allineate con noi. Preistorica, Lumien, Hypnos, Moscabianca. Anche Agenzia Alcatraz, per quanto riguarda il fantastico.

Edoardo: Alcune le seguiamo integralmente, altre le selezioniamo. Spesso si parte dagli autori, da quelli che conosci e da chi li pubblica. È un lavoro a rami. Da un autore ne scopri un altro, da una casa editrice passi a un’altra. 

E invece i gruppi di lettura come proseguono? Come selezionate i temi e i titoli ad essi collegati? 

Naida: Mi sento una mamma orgogliosa dei miei lettori. All’inizio ho provato con qualcosa di libero, ma quest’anno ho proposto dei percorsi. Li abbiamo scelti io ed Edoardo, con qualche titolo indicativo, poi li abbiamo fatti votare. Quelli più votati sono partiti. 

L’anno prossimo proporremo nuovi percorsi da votare e partiranno due gruppi per adulti: uno lo seguo io, uno Edoardo, così da offrire due visioni diverse. Si sta creando un bel gruppo, nascono amicizie, è un salottino dove si parla dei libri letti. Cerco di dare un po’ di libertà nella scelta dei titoli, sempre all’interno del tema, per mantenere un equilibrio tra autogestione e guida.

Le persone sono diverse per età, studi, contesti: c’è chi ha studiato cinema, la ragazzina, la mamma, la signora anziana. E ognuno trova nel libro un riflesso personale. È bello anche quando qualcuno dice “questo libro è brutto”: vuol dire che si sente libero di parlare. Secondo me è più interessante parlare di un libro che non è piaciuto che di uno che ti ha già conquistato. Quando qualcuno critica un libro, anche se l’ho scelto io e l’ho amato, sono felice. Vuol dire che l’ambiente è protetto e le persone si sentono serene nell’esprimere le proprie opinioni sincere.

Secondo voi cos’è che rende speciale questa libreria? 

Naida: Non so dire cosa renda speciale questa libreria, ma so cosa rende speciale una libreria indipendente. Non è un supermercato del libro dove entri, prendi, paghi ed esci. Non ci lavorano commessi, ma librai: persone che leggono, che ti ascoltano e sanno consigliarti anche se non hai le idee chiare. Magari torni e dici “era esattamente quello che cercavo” — ed è una gioia.

In una libreria indipendente si crea un rapporto. Il libraio conosce i tuoi gusti, può anche spingerti fuori dalla comfort zone, perché è un lettore come te. Un libraio è come chi ti racconta da dove arriva il vino che vende e ti fa scoprire sfumature e gusti nuovi.

Edoardo: E poi, cosa più importante: è un luogo sicuro. Non vieni giudicato se leggi cose strane, o se non sei un lettore e vuoi iniziare. Una volta è entrato un signore che mi ha detto che 1984 gli ricordava qualcosa, gli ho mostrato il libro e si è scusato di non saperne nulla. Gli ho risposto che un po’ lo invidiavo, perché aveva la possibilità di scoprire questo libro da zero. A volte vorrei perdere la memoria per rileggere alcuni romanzi come fosse la prima volta.

Naida: Non voglio una libreria dove ti senti giudicato, come mi è successo da piccola. Voglio un posto dove puoi dire che non leggi, e va bene così. Finché sei gentile e curioso, va benissimo. Magari scopri un intero universo. 

Edoardo: Alcuni tornano e dicono: “Questi libri sono malati, ma bellissimi”. E va benissimo così.

E, per concludere, che libri consigliereste ai nostri lettori?

Edoardo: Ti porto quello che secondo me attualmente è uno degli autori italiani di letteratura weird folk horror che in assoluto trovo più bravo, ed è Luigi Musolino. (Naida: Sì, è uno scrittore veramente bravo, è una persona deliziosa, l’abbiamo conosciuto. Come tutti i peggiori scrittori horror, sono degli orsacchiotti). È una persona deliziosa e a livello umano e a livello letterario è per me un gigante. Per i lettori che amano i racconti brevi direi questo, cioè Un buio diverso per le edizioni di Hypnos, oppure per chi preferisce un romanzo un po’ più esteso direi Eredità di carne dalle edizioni di Acheron o Donna Aracnide di Zona 42.

Naida: L’altra valle di Scott Alexander Howard, edizioni Mercurio. È un libro in cui si parla di viaggi nel tempo, ma in modo diverso dal solito. Fondamentalmente qua ci sono delle valli. La differenza tra una valle e l’altra è che sono tutte spostate di vent’anni. Quindi se tu vai in una direzione vai nel futuro, se tu vai in un’altra direzione vai nel passato, cosa che ovviamente non è che si possa fare così facilmente perché sennò sarebbe un disastro. I protagonisti vivono con gli spettri del passato, e con degli spezzoni delle idee di futuro che intravedono e che condizionano il loro presente. Quindi alla fine le persone non vivono il presente perché vivono un po’ nel passato, un po’ nel futuro. 

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