Di Giorgia Velluti
Terzo ripiano a destra, ultimo scaffale in alto, vicino al quadro con i fiori gialli. Tese la mano e prese il vecchio album di fotografie, quelle in bianco e nero che teneva da parte chiuse dentro una scatola grigia adornata da uno stemma argentato. Per lei il tempo passato doveva sbiadirsi, perdere ogni traccia del presente e vivere solo nei ricordi. Per questo, sebbene avesse imparato ad apprezzare le foto a colori, continuava a preferire quelle in bianco e nero: per lei erano più autentiche perché tutto invecchia, lo ripeteva spesso, e le foto stampate dovevano nascere già vecchie, incolore, perché quei momenti erano andati perduti e vivevano solo nei ricordi della mente, dove poteva rivederne i colori e sentire di nuovo i sapori e i profumi lontani.
Iniziò a sfogliare le pagine dell’album. Scritto a grandi lettere sulla prima pagina di carta c’era il nome di una città: VENEZIA. Un nome che per lei era tutto. La signora Amelia Calloway è sempre vissuta a Londra, ma da giovane aveva sposato un gentiluomo veneziano e, per amore, si era trasferita in laguna. Erano “i bei tempi andati”, così li chiamava quando raccontava della sua vita veneziana. Londra era la sua città natale, ma Venezia era diventata per lei una nuova casa, la dimora della sua famiglia. Insieme al marito, il signor Bartolomeo Morosini, viveva in un bel palazzo storico veneziano, uno di quelli con ampi saloni, finestre a bifora e lampadari in vetro di Murano. Furono felici ed ebbero due figli: Lucia e Marco, che oggi vivono all’estero. Lucia si è trasferita in Sud America, mentre Marco lavora in Svizzera.
La signora Calloway, dopo la morte di suo marito, decise di lasciare per sempre Venezia e tornare alla sua originaria dimora londinese, al numero 9 di Luton Street.
Ogni cinque del mese, in ricordo di suo marito e di quella vita passata a Venezia, la signora Calloway ha un suo personale rito per onorarne la memoria: sfogliare le vecchie foto di Venezia. Non foto di famiglia, quelle le tiene ben in vista sui vari mobili della casa, in cornici d’oro e d’argento, ma foto che aveva scattato per diletto nelle sue giornate libere in città.
Una delle sue foto preferite era quella scattata dal vaporetto numero 2, quello che la portava in Giudecca e sull’isola di San Giorgio, dove amava andare per allontanarsi dal centro storico. Amelia ricordava con nostalgia il tempo passato sul battello che le permetteva di raggiungere ogni isola della laguna in breve tempo, soprattutto quando si ruppe una gamba e dovette iniziare ad usare un bastone di legno come supporto. Già allora iniziava a sentirsi una vecchia signora, sebbene avesse ancora i capelli biondi e una buona memoria. Aveva tantissime foto della sua Venezia, perché ogni luogo custodiva un bel momento con suo marito e i suoi due figli: la prima partita a pallone di Marco in Campo San Polo oppure la prima caduta dal Ponte degli Scalzi di Lucia. Ne aveva viste Venezia di storie e la famiglia Calloway-Morosini era piena di momenti indelebili in città. Venezia li aveva accolti, li aveva amati e li aveva supportati ogni giorno, fino alla fine, quando Amelia decise di tornare in Inghilterra.
Continua a sfogliare l’album ed ecco apparire le gondole: iconiche, quasi un simbolo di Venezia. Amelia le fotografava spesso, ma evitava sempre di fare un giro a bordo, ne era rimasta terrorizzata da quando lei e suo marito stavano per fare un’uscita romantica tra i canali. La loro gondola si ribaltò e tornarono a casa zuppi fino ai capelli. Amelia promise a se stessa di non salire più su quelle barchette a remi. Eppure la rilassava osservare le gondole ormeggiate a riva, ferme eppure in movimento, che sembravano danzare al ritmo lento della laguna che cullava quelle nere imbarcazioni che sua figlia Lucia chiamava ‘cozze vuote’.
Di piazza San Marco Amelia amava i portici, passeggiarci nelle prime ore dell’alba quando solo i gridi dei gabbiani riempivano il silenzio mattutino. Tra le altre, aveva questa foto dove si vedono tre tende in diversa posizione: una ben chiusa, una quasi aperta e la terza quasi completamente tirata giù verso il basso. Le piaceva osservare questo tipo di dettagli: quante zollette di zucchero metteva nel caffè la signora seduta al tavolo vicino a lei al bar oppure contare quanti guanti in inverno vedeva per terra, mentre si chiedeva come mai la gente ne perdesse sempre e solo uno. Marco, suo figlio, quando perse il primo guanto decise di buttare anche l’altro, perché non aveva senso tenerne uno se l’altro era andato via. Amelia ripeteva sempre che se è destino che qualcosa debba perdersi, allora non c’è niente da fare. La signora Calloway era fatta così, una donna difficile la definivano in molti e molto particolare, a Venezia era conosciuta come la moglie inglese del Morosini e a lei andava bene. Le piaceva avere un soprannome ed essere identificata come la donna inglese di Venezia, come fosse l’unica. Si sentiva speciale.
Dopo la morte di suo marito Amelia portò addosso il lutto per anni e, in verità, non smise mai di vestirsi di nero. I suoi figli volevano prenderle un animale, un cane o un gatto, perché pensavano si sarebbe sentita meno sola, ma lei non voleva qualcuno di cui prendersi cura. Aveva già un bel da fare con i vari acciacchi dell’età che avanzava e le sue medicine da prendere ogni mattina. Un cane o un gatto sarebbero stati un peso, sebbene Amelia amasse gli animali. Infatti, a Venezia fotografa spesso anche i cani ma solo insieme ai loro padroni, perché era convinta che un animale e il suo padrone dovessero somigliarsi, altrimenti non si sarebbero potuti comprendere totalmente. E lei questa cosa di assomigliare a un cane o a un gatto non riusciva ad accettarla. Voleva avere la propria identità e non rivedersi in un animale domestico che poi un giorno avrebbe dovuto lasciare. La divorava il pensiero che un giorno, quando sarebbe morta, i suoi figli avrebbero dovuto occuparsi di un cane o un gatto e ricordare così la loro madre. Amelia questo non poteva proprio farlo. Lei ormai era come un guanto spaiato, l’altro guanto perso da tempo era suo marito Bartolomeo. Pensava che, forse, era quasi giunto il momento di ricongiungersi.
Chiuse l’album e lo rimise al suo posto. Anche oggi, il cinque del mese, aveva navigato mentalmente sulla gondola dei ricordi, nella sua Venezia ormai lontana. Non ci faceva ritorno da ben vent’anni e Londra era per lei un sollievo, lì poteva ripensare alla sua vita da bambina e godersi gli ultimi istanti di una vita vissuta intensamente. Venezia era stata un enorme e importante capitolo, ma quei momenti erano adesso lontani come la trama di un film del venerdì sera che aveva seguito solo a metà. Stava dimenticando i vari personaggi che abitavano quei luoghi, gli amici, i parenti, gli incontri, i nomi, i luoghi. La sua memoria lentamente stava invecchiando, diventava grigia, come le piaceva definirla e doveva andare così. Fa parte della vita dimenticare, ma per fortuna le fotografie l’aiutavano ancora a ricordare quei momenti, anche se a volte faticava a riconoscere un tale luogo. Venezia era invecchiata insieme a lei, in bianco e nero, ma l’unica cosa che rimaneva ancora salda nella sua memoria era il nome di suo marito, Bartolomeo. Non lo aveva mai dimenticato.







